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Rilasciato il trailer di “Lovecraft Country”

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E’ stato finalmente rilasciato il trailer della nuova serie targata HBO di “Lovecraft Country“, basata sull’omonimo romanzo di Matt Ruff.

 

E tu vivrai nel terrore! L’aldilà

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(Italia 1981, 90’, C)
Regia: Lucio Fulci. Scenegg: Lucio Fulci, Dardano Sacchetti, Giorgio Mariuzzo. Fot: Sergio Salvati. Mus: Fabio Frizzi. Mont: Sergio Tomassi. Ef.Sp.: Giannetto De Rossi, Germani Natali. Prod.: Fabrizio De Angelis. Con David Warbeck, Katherina McColl, Antoine St .John, Veronica Lazar, Michele Mirabella.

Un pittore folle, proprietario di un albergo della Louisiana supposto essere una delle Porte dell’Inferno, viene ucciso negli anni ’20 da una turba inferocita che lo accusa di essere uno stregone. Anni dopo, nel medesimo hotel, si manifestano eventi soprannaturali che portano alla resurrezione dei morti, mal giustificata. I due protagonisti della vicenda, il medico John (Warbeck) e la nuova proprietaria dell’albergo Lisa (McColl), dopo essere scampati all’orda nelle maniere più impensate e a volte ridicole, si ritroveranno entrambi intrappolati all’Inferno, quello stesso paesaggio dipinto su un muro dallo stregone della Louisiana. Inutile cercare una parvenza di logica, senso o attendibilità in questa pedestre pellicola di Lucio Fulci che tenta invano di spaventare, scatenando invece le risate (in particolare nella sequenza di fuga dall’ospedale, dove vengono dette delle cose immediatamente invalidate da immagini e situazioni). Al di là delle solite, gratuite truculenze, c’è da ammettere che almeno gli ultimi cinque minuti sono ben visualizzati a livello d’atmosfera e scenografia, e genuinamente onirico-spaventoso è l’incontro di Lisa con la donna dagli occhi ciechi sulla strada deserta e sovresposta. La morte di Michele Mirabella, una lunghissima sequenza in cui dal suo corpo sfracellato fuoriescono dei ragni, ha il potere di fare davvero addormentare. Lovecraft non c’entra per nulla, ovviamente, ma viene citato il Libro di Eibon, creazione dell’amico scrittore Clark Ashton Smith, sovente menzionato accanto al Necronomicon. Erano i tempi dell’apoteosi del mediocre horror di Lucio Fulci, girato in stretta economia e debitore di influenze americane (“Paura nella Città dei Morti Viventi”, “Quella Villa Accanto al Cimitero”, “Il Gatto Nero”) oltre che di evidenti concessioni alla Dario Argento (“Inferno”, 1980).

Film emblema del visionario Lucio Fulci, suo più grande successo all’estero, dove è venerato come oggetto di culto. Nonostante debiti con “Sentinel” di Winner e “Inferno” di Argento, la pellicola porta all’estremo la vena decadente e l’estetica della putrefazione di Fulci. Momenti onirici e fantastici si amalgamano bene con quelli più deliranti e violenti, sottolineati dal buon lavoro di effetti curato da Giannetto De Rossi. La scena iniziale della crocifissione, girata in un suggestivo bianco e nero virato in porpora, è da antologia e fa da contraltare al tripudio di colori delle sequenze oniriche.
Il regista appare nel ruolo di un bibliotecario. (Guarriello)

Recensione del film Cthulhu Mansion

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(Id. USA-Spagna 1994, 90’, C)
Regia: Juan Piquer Simon. Scenegg: J. P. Simon. Ef.Sp.: Colin Arthur. Prod.: Josè
Maesso. Con Frank Finlay, Marcia Layton, Melanie Shatner, Paul Birchard.

Il mago Chandu (Finlay) scopre un antico tomo occulto che porta il marchio degli Antichi. Il manoscritto racchiude la chiave per evocare terribili forze dall’Altrove, fornendo inoltre ai suoi possessori grandi poteri mistici, di cui Chandu si serve per i suoi spettacoli. Ma col tempo l’uso del grimorio richiama sulla Terra entità malvagie che si materializzano nella dimora del vecchio occultista, e quando una gang di giovinastri vi si introduce per derubarlo finisce come dessert per gli emissari di Cthulhu, che prendono a minacciare anche Chandu e la figlia Lisa (Layton). Dopo una serie di varie efferatezze, ributtanti trasformazioni e spettacolari giochi di magia, alla fine un catartico rogo metterà fine all’orrore. Il film, sebbene non sfugga ai più triti clichè del genere, possiede buoni momenti di tensione con toni apocalittici e visionari, anche se il buon HPL si sarà rivoltato nella tomba nel vedere gli effettacci truculenti e i fiumi di sangue scorrere. Dei suoi racconti vi si possono rintracciare solo vaghi echi da “Il Vecchio Terribile” e “Il Diario di Alonzo Typer” (scritto in collaborazione con Hazel Heald). Il regista Piquer ha al suo attivo diversi Z-movie fantastici iberici.

Beyond Dream’s door

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(Id. USA 1989, 90’, C)
Regia: Jay Woelfel. Dal racconto “Oltre il Muro del Sonno” di H.P. Lovecraft. Con Nick
Baldasarre.

Lo studente di medicina Ben Dobbs (Baldasarre) è soggetto a strani sogni, che costituiscono l’argomento della sua tesi universitaria. Il testo capita nelle mani di un luminare dai metodi rivoluzionari, i cui esperimenti portano a materializzare il mondo onirico del ragazzo facendo affiorare dall’Altrove delle creature mostruose. Intuita la pericolosità dei suoi incubi, Dobbs cerca aiuto ma tutti i malcapitati che provano a darglielo vanno incontro ad un triste destino. Sebbene la pellicola tragga spunto dal racconto “Oltre il Muro del Sonno”, il riferimento principale è sicuramente cinematografico, vista la similarità di trama con “From Beyond” di Stuart Gordon, il cui successo deve aver convinto il regista Woelfel a girare una pellicola-clone tutto sommato dignitosa. Gli effetti speciali sono poveri ma l’atmosfera sinistra è quella giusta per avvicinarsi all’animus lovecraftiano.

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Poe e Lovecraft

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Chi ama come me la letteratura fantasy e horror, ascoltare in silenzio la dolce voce di Sharazad narrare le incredibili storie delle Mille e una notte e contemplare con gli occhi della fantasia e dell’immaginazione i paesaggi irreali e fantastici di Clark Ashton Smith non si è mai precluso il piacere della lettura di Edgar Allan Poe. Ho così conosciuto la storia di casa Usher, indagato sugli assassinii della Rue Morgue e vissuto incredibili avventure in compagnia di Gordon Pym.
Poe è un autore che ha lasciato indubbiamente il segno su tutta una schiera di scrittori vissuti negli anni dopo la sua morte e che hanno cercato di trarre insegnamento dalla sua opera. Tra questi ne ricordo uno che sta sempre a cuore ai frequentatori della pagina di Arkham e la cui conoscenza attraverso timorosi sguardi sul suo universo non cesserà mai di affascinarci: Howard Phillips Lovecraft.
È lo scrittore Robert Bloch, di cui esiste in questo sito un sintetico “ritratto” in una delle schede sui corrispondenti di HPL, a mettere a confronto per noi Lovecraft e Poe.
Per completezza e per dare una visione il più completa possibile sul rapporto letterario esistente tra questi grandissimi e indimenticabili autori è riportata in questa pagina anche un passo del saggio di HPL su L’Orrore Soprannaturale in Letteratura dove il Solitario di Providence espone la sua opinione sullo scrittore Edgar Allan Poe.
Buona lettura!

Poe e Lovecraft

Paragoni tra Edgar Allan Poe e Howard Phillips Lovecraft suppongo siano inevitabili; apparentemente, negli ultimi anni (scrivendo nel 1973), sembrano addirittura interminabili.
Non starò a ripetere, quindi, il solito resoconto in merito alle analogie trovate nelle loro opere – gatti neri, revenants, o ambientazioni “antartiche” non saranno menzionati di per se. Allo stesso tempo non cercherò di procurarmi l’attenzione asserendo deliberatamente, come qualcuno ha fatto, che non esiste una reale somiglianza fra i due autori, ad esclusione dell’impiego superficiale di una serie di personaggi e temi virtualmente comuni a tutti i racconti appartenenti a questo genere letterario. A mio avviso si tratta di un’affermazione insostenibile: Lovecraft, come qualsiasi scrittore di narrativa fantasy ed horror dopo Poe, era inevitabilmente influenzato dall’opera del suo predecessore – e fino ad un certo punto la rispecchia in senso marginale. Di fatto, l’omaggio di Lovecraft a Poe nel saggio “Supernatural Horror In Literature”, indica un grado di apprezzamento ed ammirazione tali da non lasciare dubbi sulla profonda influenza esercitata dal maestro.A mio parere il più fruttuoso campo di paragone emerge dall’analisi degli ambienti in cui si é formata la personalità degli scrittori.
Esaminiamo i fatti: sia Poe che Lovecraft sono nati nel New England e sono rimasti orfani di padre in giovane età; ambedue svilupparono un’affinità per la poesia e la cultura classica durata tutta la vita. Utilizzarono termini arcaici nei loro stili di scrittura che influenzarono personaggi eccentrici che nel tempo diventavano consapevolmente colti.
Sebbene Poe passò una parte della giovinezza in Inghilterra e viaggiò in seguito lungo le coste dell’Atlantico – mentre Lovecraft si avventurò in Canada e poi in Florida per le vacanze, qualche anno prima della sua morte, mai nessuno dei due si arrischiò ad ovest delle Alleghenies. In una sola occasione Lovecraft le costeggiò durante una breve visita ad E. Hoffman Price nella sua nuova casa di New Orleans.
Sostanzialmente sia lui che Poe erano radicati nell’est ed avevano vedute marcatamente provinciali e circoscritte .
Solitamente non si fidavano degli “stranieri” e coltivavano una profonda ammirazione per l’inglese. Queste attitudini sono chiaramente evidenti nella loro opera, in cui i molti dettagli rimossi e remoti costituiscono la corrente principale della vita americana.
Un lettore che tenta di avere una vaga idea degli Stati Uniti degli anni 1830-50, non otterrà che delle piccole allusioni dalla poesia e dalla narrativa di Poe.In un tempo in cui l’intera nazione era impegnata nella spinta verso l’ovest , a partire dai viaggi dei pionieri per finire con la “Corsa all’Oro” nell’anno della morte di Poe , è vano cercare un misero riferimento a ciò che neppure lontanamente esiste nel suo spazio letterario.
Gli eroi byronici isolati in sperdute località britanniche e continentali riflettono a malapena gli atteggiamenti e le attitudini americane all’epoca di Old Hickory, Davy Crockett, la caduta di Fort Alamo, la guerra messicana ed il crescente tumulto a proposito della schiavitù.
Il medesimo lettore non troverebbe neppure fra gli incerti professori e i provinciali reclusi nei racconti di Lovecraft dei protagonisti più tipicamente americani, nei quali difficilmente si scorge un accenno agli usi e costumi dei ruggenti anni Venti o della Grande Depressione del decennio successivo. Escludendo quelle poche osservazioni riguardanti l’afflusso d’immigranti e la concomitante scomparsa delle antiche tradizioni e dei vecchi confini, a parte i brevi cenni all’ambiente (intellettualmente) ” agitato ” del college, Lovecraft ignora totalmente l’Età del Jazz del dopo prima guerra mondiale:
Coolidge, Hooover, FDR, Lindbergh, Babe Ruth, Al Capone, Valentino, Mencken ed i prototipi di Babbitt non fanno parte del regno di H.P.Lovecraft. E’ arduo crederlo un scrittore contemporaneo a Ernest Hemingway.
Eppure rimane un ulteriore metro di paragone tra Lovecraft e Poe, e di profonda importanza rispetto a qualsiasi considerazione della loro opera, poiché attenua tutte le accuse rivolte ai due scrittori di essere totalmente lontani dal mondo contemporaneo e di mancare di realismo nell’analisi delle loro epoche. Mi riferisco, naturalmente, al loro comune interesse per la scienza. Sia Poe che Lovecraft furono acuti osservatori degli sviluppi scientifici e pseudo-scientifici dei relativi periodi , ed introdussero nei loro scritti le più recenti scoperte e teorie. Basta citare, per accertarsene, l’uso che fa Poe del mesmerismo, la burla della mongolfiera, la dettagliata esposizione dei fatti nel romanzo “Arthur Gordon Pym “.
Lovecraft si basa su materiale scientifico per lo sfondo di “At the Mountains of Madness ” alla maniera di Pym, come per “The Shadow Out of Time” ed altri lavori. È da rilevare l’immediata adozione, nel “Whisperer in darkness “, dell’appena scoperto “nono pianeta”.
L’interesse di Lovecraft per l’astronomia senza dubbio fece crescere quello per altri campi della ricerca scientifica, così come le prime esperienze a West Point incoraggiarono quello di Poe per i codici e i cifrari. Ed ambedue , da scrittori di professione , conoscevano bene ed ampiamente la letteratura coeva: Poe come critico ne dà prova nei suoi saggi, mentre dalla corrispondenza di Lovecraft si desume la non estraneità dello scrittore a Proust , Joyce, Spengler e Freud .
Il fatto è che Poe e Lovecraft decisero di loro iniziativa di non rivolgersi agli stili e ai temi contemporanei per creare i loro personali mondi fantastici. In questo principalmente erano simili. E per questo motivo in particolare noi lettori di Poe e Lovecraft siamo davvero fortunati: non sapremo e mai ci preoccuperemo di cosa pensasse Edgar Allan Poe del ” gruppo ” di Andy Jackson, oppure di come considerasse H.P. Lovecraft lo scandalo del Teapot Dome. Di poco conto è questo quando entrambi ci hanno permesso di intravedere i mondi peculiarmente e originalmente loro propri.
Appunto per questa ragione finale possiamo ricordare Poe e Lovecraft come i due geni della fantasia americana, paragonabili fra di loro, ma incomparabilmente superiori a tutti coloro che seguirono le loro orme.
Copyright Notice. Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su Ambrosia #2 (Agosto, 1973), (c) 1973 Alan Gullette. Esso è stato successivamente rivisto leggermente dall’autore e ristampato su H.P. Lovecraft: Four Decades of Criticism, ed. S. T. Joshi (Athens, OH: Ohio University Press, 1980), pp. 158-160, (c) 1980 Ohio University Press.

Dal saggio di Lovecraft: L’Orrore Soprannaturale in Letteratura

A dispetto di tutti coloro che, dalla sua epoca ai giorni nostri, hanno cercato di denigrarlo e sminuirlo, l’americano Edgar Allan Poe (1809-1849) rimane la più grande e solitaria figura nella storia della letteratura spettrale. Fu artista straordinario, come l’influenza che esercitò. Egli sottrasse il sentimento umano di terrore cosmico al dominio del romanzo convenzionale e dell’allegoria morale e ne fornì il primo trattamento serio ed esteticamente autonomo, inventando con il proprio genio, per inciso, il formidabile modello letterario che ha improntato di sé tutta la successiva narrativa breve, soprannaturale e non. Poe fu il primo a capire la vera psicologia dei tortuosi e oscuri meandri della mente umana, e il primo a scrivere di essi da un punto di vista squisitamente estetico. Non fu indenne da certe stravaganze del suo tempo e a volte si servì dei macchinosi artifici del romanzo gotico; eppure, nel complesso, egli rigenerò e vivificò qualunque cosa di cui si occupasse, diventando il vero padre di tutta la successiva schiera di scrittori fantastici, sia quelli del realismo psicologico che gli altri dello spettrale puro. La sua opera possiede una singolare efficacia emotiva che sfugge a ogni analisi. Il suo stile, ogni giro di frase, ogni modulazione ritmica, ogni immagine casuale, ogni episodio e particolare insignificanti, ogni allusione fortuita è tutto teso al tenebroso obiettivo ultimo, e contribuisce con ogni impercettibile sfumatura al mostruoso climax finale. Non ha rivali e i tentativi di minimizzare questa sfuggente e sacrilega capacità di suggestione sottolineando i limiti delle singole storie sono alquanto patetici, rivelando la cecità e la mancanza di sensibilità degli stessi critici.
Consapevolmente, Poe fu cosmico in senso limitato. Per lui, infatti, gli sconfinati abissi dell’orrore non si schiudono al di fuori dell’universo, ma nella mente e nello spirito umani. Gran parte del suo lavoro tratta esclusivamente di psicologia degenerata, e un’intera parte di esso si colloca al di fuori del campo soprannaturale in quanto capostipite della moderna narrativa poliziesca. Ma uno spunto ed un senso cosmici vi sono sempre presenti, sia nelle poesie che nei racconti. Nella sua opera occupano un posto di primo piano Il manoscritto trovato in una bottiglia, Lo strano caso del signor Valdemar, Le avventure di Arthur Gordon Pym, Metzengerstein, L’uomo della folla e, soprattutto, i due incomparabili capolavori La caduta di casa Usher e Ligeia. La padronanza di Poe di quei musicali effetti di prosa poetica, più tardi realizzati da Wilde e Dunsany, è esemplificata in fantasie quali La maschera della Morte Rossa, Il silenzio: una favola e L’ombra: una parabola. Raramente Poe tratteggia con realismo e accuratezza personaggi umani, perché gli interessano sogni e fenomeni piuttosto che delineazioni di ritratti. Il suo protagonista tipo è solitamente una figura solitaria, triste, fiera, dalla bizzarra erudizione, di nobile stirpe ma decaduta, in cerca di misteriosi e proibiti segreti, un personaggio derivato sia dall’eroe-villain del romanzo gotico (e affine agli eroi di Byron) che dal carattere e dalla condizione dello stesso Poe. Sin dall’inizio, Poe fu molto più apprezzato in Europa che nel mondo anglosassone, e in Francia egli fu il principale ispiratore delle scuole di poesia simboliste e decadenti rappresentate da Baudelaire, Mallarmé, Leconte de Lisle e altri.

La verità su Marte

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Il seguente articolo di HPL è stato presentato in anteprima italiana su questo sito, trattandosi di un inedito che fa parte di un “work in progress” a cura di Pietro Guarriello, che avrà come titolo Merlino Redivivo e altri Scritti Curiosi di H. P. Lovecraft. I diritti di copyright appartengono ai relativi detentori.

La peculiarità più nebulosa di Marte, quella meno chiaramente definita, è costituita dai cosiddetti “canali”, delle venature scure ed estremamente strette che ricoprono, la superficie del pianeta come una rete. Furono scoperti nel 1877 da Schiapparelli di Milano, e da allora hanno ricevuto attenzione in connessione con l’idea fantastica che fossero dei giganteschi canali d’irrigazione costruiti dalle mani di marziani intelligenti.
C’è, in verità, qualcosa degno di nota nella precisione quasi matematica di queste linee, nelle oscure macchie circolari chiamate “oasi” che marcano le loro intersezioni e, probabilmente, i loro mutamenti di stagione in stagione; esse sono così confuse e difficilli a vedersi che la loro esistenza è stata messa in dubbio fino ai tempi recenti, quando alcune sono state fotografate con successo. Il loro cambiare nel tempo forse scandisce le stagioni degli anni di Marte, e la misura immensa in cui sono state “costruite”, fuori da ogni proporzione di lavoro umano, si può probabilmente spiegare con la minore forza di gravità del pianeta.
La vera natura dei canali è argomento di grande disputa, dacché un ormai invecchiato Percival Lowell, un osservatore privato il cui eccellente telescopio fu posizionato nell’aria chiara di Flagstaff, Arizona, sviluppò una teoria elaborata asserendo che i canali, che in linee assolutamente diritte dirigono, dalla calotta polare verso il centro del pianeta, furono costruiti da esseri intelligenti.
Infondate come la maggior parte di queste speculazioni possono essere, e probabilmente
sono, tuttavia non è impossibile che ESSERI VIVENTI DI QUALCHE SORTA POSSANO ABITARE SULLA SUPERFICIE DI MARTE, comunque lasciata all’immaginazione del lettore, o del romanziere ingegnoso, la rappresentazione del loro aspetto, taglia, intelligenza ed abitudini.
In questi giorni, in cui il nostro pianeta è così agitato per le assurde guerre dei suoi insignificanti abitanti*, è confortante rivolgersi al vasto spazio etereo e scorgere altri mondi, ognuno con i suoi unici e pittoreschi fenomeni. Mondi dove nessun’eco di conflitto terrestre, o di dolore, può far sentire il suo risuono.

* Quando HPL scriveva il presente pezzo si era infatti al culmine della Prima Guerra Mondiale (N.d.C.).

Quel vampiro di Lovecraft

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Un breve racconto di Robert Bloch

Non so perché l’ho fatto. Giuro che non lo so. Forse ero pazzo. Ogni volta che mi rado mi viene la bava alla bocca.

Si, voglio ammetterlo. Sono pazzo. Tutti sono pazzi qui, in questo manicomio. Perfino gli scarafaggi sono persone importanti.

Se solo l’avessi saputo! Ma come potevo saperlo? “Siete cordialmente invitato a cena da H. P. Lovecraft”, diceva il biglietto d’invito. E io, come un folle, ho accettato.

Quella notte era buio, mentre camminavo per le strade di Arkham. Le nuvole coprivano i corni di una falce di luna calante. Il vento fischiava attraverso gli alberi producendo un canto demoniaco. Mi atterrivano i vecchi edifici che si innalzavano come silenziose sentinelle nelle strade tortuose.

Avevo sentito parlare di Streghe. Streghe! Cosa significava?

Qualcuno mi stava seguendo… Era una piccola figura ricurva con una scopa. Streghe! Quella era forse una Strega? La scopa…

Mi fermai, e lasciai che la figura mi superasse, poi sospirai di sollievo. La figura con la scopa non era una Strega, ma solo uno spazzino.

In un certo qual modo rassicurato, proseguii allungando il passo. La casa di Lovecraft sorgeva su Leprous Street. II suo aspetto non mi piacque, nè mi piacquero le lapidi nel parco. E non credo che la sua idea di usare un cadavere come zerbino fosse molto divertente. Ma suonai lo stesso il campanello e aspettai.

Mi chiedevo che aspetto avrebbe avuto il mio ospite. Non lo avevo mai incontrato prima, sebbene avessi sentito delle chiacchiere sul suo conto. Voci maligne, inquietanti. Alcune dicevano che era un Vampiro alto quasi tre metri.

Un Vampiro? Mi sembrava pazzesco. Altri parlavano di lui come di un lupo mannaro vestito da agnello. Altri ancora sostenevano che H. P. Lovecraft fosse un corpo fatto di un solo trance con otto teste, che somigliava a una piovra.

La porta si aprì.

“Entrate”, disse una voce.

II proprietario stava nell’ombra.

Entrai.

Mentre mi giravo per guardare in faccia il mio ospite, la porta si richiuse.

H. P. Lovecraft era un vecchietto molto piccolo con una lunga barba bianca. In realtà, tutto ciò che riuscivo a vedere era la barba, e fu quella a farmi arguire che fosse vecchio. E, dal momento che la barba non era molto lunga pur coprendolo completamente, lo giudicai di bassa statura.

Era uno spettacolo maestoso, quella barba. Avevate mai sentito parlare di barbe cosi lunghe da permettere ai proprietari di andarsene in giro senza cravatta? Bene, ci si può fare un’idea della lunghezza di quella barba sapendo che Lovecraft non aveva neanche bisogno di portare i pantaloni. Rimasi a fissarla per alcuni secondi.

“Ma che bella barba rigogliosa”, osservai alla fine.

“Cresce ancora? Povero me!”, disse il signor Lovecraft. “Dovrò intrecciarla.”

“Intendete dire tagliarla, non è vero?”, gli chiesi.

“Intendo dire quello che ho detto”, ringhiò la voce da sotto la barba. “Non posso tagliarla. Da bambino promisi a mia madre che non avrei mai tagliato questa barba.”

“Non mi vorrete far credere che siete nato con questa irsuta appendice?”

Ero rimasto a bocca aperta.

“Sì”, disse il signor Lovecraft. “E’ il mio grande segreto. Sono nato con questa barba. Per settant’anni non ho mai vista la mia faccia. Ho vissuto qui, nella mia barba, tutto da solo, ci ho mangiato, ci ho dormito, ci ho rimuginato.”

“Incredibile!”, esclamai. (In realtà, era rimasto di nuovo a bocca aperta; ma non posso usare la stesso verbo due volte di seguito, non e vero?)

“Be’”, disse il signor Lovecraft, “potete crederci o no, perché non è vera, ma ho paura di tagliarmi la barba. Vedete, non mi sono mai guardato, e ultimamente ho avuto molta paura.”

“Paura?”, ripetei.

“Sì. Vedete: non mi sono mai guardato, e questo pensiero recentemente mi ha sconvolto. Supponete che io mi tagli la barba senza trovare niente sotto…”

“Sembra un buon copione per una storia”, riflettei.

Una storia da far arricciare i peli”, convenne.

Entrambi ridemmo.

“Dovete aver fame”, disse. “Andiamo a mangiare.”

“Dove si va per la sala da pranzo?”, chiesi.

Semplicemente dritti a Nord”, mi rispose facendo strada.

Ma come faccio a sapere in quale direzione si trova il Nord?”

Guardate la mia barba: c’e del muschio sulla parte a Nord”, spiegò.

Scendemmo per il corridoio. La vista di quella barba che mi si alzava e abbassava davanti, tutta bianca nell’oscurità, era molto snervante. Di conseguenza affrettai il passo, e quasi inciampai in uno scheletro sogghignante nel tentativo di non guardare quella barba.

In poche parole, andai di barba in peggio.

Fissai lo scheletro con occhi terrorizzati.

E questo cos’è?”. gridai.

“Non si preoccupi”, disse il signor Lovecraft. “E’ soltanto una cosuccia avanzata dal pranzo.”

Dovrebbe tenere dei ripostigli, per queste cose” mugugnai.

Entrammo nella stanza da pranzo. Era un ambientino singolare costruito con l’architettura di una cripta delle catacombe. C’erano varie graziose piccole bare sulle quali mettersi a sedere, e un mastodontico bouquet floreale a forma di ferro di cavallo per abbellire la tavola. “Riposa in pace”, c’era scritto.

“Bell’augurio, per un pasto”, osservò Lovecraft. “Non si dovrebbe mai bisticciare o comportarsi violentemente, a tavola. Fa venire cattivo sangue.”

Ci sedemmo. Per un lungo istante ci fu silenzio. All’improvviso notai qualcosa di singolare. II tavolo era vuoto!

“Che significa?”, chiesi al mio ospite. “Non c’e niente su questo tavolo: credevo di essere stato invitato a pranzo.”

“Siete stato veramente invitato a pranzo”, disse lui, “voi siete il pranzo.”

Così dicendo, scanso la barba rivelando diverse file di lunghe e luccicanti zanne. Rimasi seduto paralizzato mentre strisciava verso di me, sempre più vicino…

H. P. Lovecraft, sghignazzando follemente, mi afferrò con i suoi artigli mostruosi e mi mangiò tutto.

Adesso vi chiedo, non era uno sporco trucco da giocare a un povero diavolo?

Clark Ashton Smith

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Dopo un bel po’ di tempo dall’ultima scheda, che spero qualcuno abbia letto, rieccomi qua con un nuovo collage di notizie “rubate” in giro su un altro corrispondente di Lovecraft: Clark Ashton Smith, uno scrittore che merita molto molto di più di una semplice scheda di presentazione redatta da un amatore da quattro soldi come il sottoscritto. Comunque come avrete capito tento solo di stimolare l’ “appetito”, a sfamarvi di sapere dovete pensarci voi. Ma adesso basta con le chiacchiere e lasciatemi lavorare.
Come già detto un centinaio di volte, sono tre gli scrittori apparsi su Weird Tales, nel periodo intercorrente tra le due guerre, grazie al quale il nome della rivista ricorre sempre quando si parla di letteratura Fantasy ed Horror di questo secolo: Howard Phillips Lovecraft, Robert Ervin Howard e appunto Clark Ashton Smith.
Nato nel 1893 negli Stati Uniti fu conosciuto da gran parte degli appassionati di letteratura fantastica e horror a lui contemporanei attraverso Weird Tales (occasionalmente ebbe voce anche su Wonder stories), sulla quale pubblicò a partire dal 1930 gran parte della sua produzione letteraria (oltre cento racconti e una quantità considerevole di composizioni poetiche).
Autodidatta e poeta, traduttore dal francese e inventore di un linguaggio personale e barocco, fu pupillo del poeta californiano George Sterling e i suoi versi furono letti da Ambrose Bierce, anche se pare che i due non si siano mai incontrati.
Ci ha lasciato un grosso volume di Selected Poems ordinati da lui stesso (Arkham House, Sauk City 1971) e sei volumi di novelle macabre, fantastiche o meravigliose tutte pubblicate dall’Arkham House tra gli anni Quaranta e gli anni Settanta: Out of space and time, Lost Worlds, Genius Loci, The Abominations of Yondo, Tales of Science and Sorcery e Other Dimensions. Quasi tutti i suoi racconti sono apparsi in italiano, prima dalla MEB di Torino e poi dalla Fanucci (Roma).
Nel 1936 inspiegabilmente smise di scrivere, senza mai più riprendere quella tematica fantastica per la quale era così portato.
Unico nel suo descrivere una terra vecchia di millenni in cui si assiste a un regredire della razza umana sotto la luce fioca di un sole morente mentre riprendono piede paure e credenze ataviche che danno vita a demoni, streghe e vampiri talvolta impersonati da piante dalle corolle multicolori affascinanti e seducenti come sirene quanto malefiche e velenose. Ere ancestrali e futuro remoto si incontrano come cielo e mare all’orizzonte dando vita ad ambientazioni e vicende in cui la piccolezza dell’uomo è ancora più evidente e sconcertante. Il tema della terra morente è stato poi ripreso da Jack Vance nel suo celeberrimo ciclo della Dying Earth (prendete appunti), una saga tra le più belle che annoveri la storia dell’Heroic Fantasy moderna.
HPL rimase molto positivamente impressionato dal talento di Smith e la stima che si instaurò fu tale da includere Smith nel suo albero genealogico dove le radici affondano nel caos primigenio quando il suolo del nostro giovane pianeta veniva calcato dagli Antichi (albero genealogico presente in questo sito).

Da Su “Ebony and Crystal”, articolo di HPL su Smith presente su “In Difesa di Dagon” della SUGARCO

Il signor Smith s’è sottratto ai feticci della vita e del mondo e ha intravisto la perversa, titanica bellezza della morte e dell’universo; servendosi dell’infinito come sfondo per creare i propri sfondi e registrando con reverente timore i capricci di soli e pianeti, di dei e di demoni, e di ciechi orrori amorfi che infestano giardini di fungosità policrome più remoti di Algol e d’Alchernar. E’ un cosmo di vivida fiamma e di glaciali abissi quello che egli celebra, e il rigoglio dai colori sgargianti con cui lo popola non deriva da nient’altro se non dal genio più vero.

Riconoscendone la genialità e la profonda competenza Lovecraft tenne sempre molto in considerazione i punti di vista e le opinioni di quest’ultimo per suoi racconti.

A Clark A. Smith
20 Settembre 1925

Le sue osservazioni sulla mia narrativa mi riempiono d’orgoglio e spero che non giudichi i miei racconti attuali inferiori al vecchio standard.

A Clark A. Smith
17 Ottobre 1930

Caro Klarkash-Ton (trascrizione fonetica e fantastica del nome di Smith ad opera di HPL, abitudine più volte riscontrata leggendo le lettere del nostro)
Sono lieto che nella sua opinione The White Ship non abbia imbarcato troppa acqua e non sia inadatta alla navigazione dopo tutti questi anni.

Oltre a scrivere racconti e poesie, Smith diede espressione alla sua fantasia ed inventiva anche per mezzo di disegni e sculture davvero molto suggestivi, tant’è che HPL gli chiese di buttar giù qualcosa per The Lurking Fear.
Leggiamo nelle lettere di HPL a Smith del 2 Dicembre 1922 e a Henry Kuttner del 16 Aprile 1936 rispettivamente:

Lei è un genio nell’immaginare e dipingere piante nocive, malefiche , velenose, e credo onestamente che le mie descrizioni siano state stimolate da alcuni dei suoi disegni, che Loveman mi ha mostrato.

Ha mai visto i lavori di Smith? In caso contrario gliene presterò qualche esemplare. Ultimamente si dedica alla scultura in miniatura, e dalle pietre più tenere della sua regione (Auburn) ricava meravigliose, grottesche statuine.

E ancora da una lettera a Frank Belknap Long datata 8 Novembre 1923

Ti accludo alcuni lavori di Smith e ben presto ti manderò per espresso una serie di venti dipinti ashtoniani che ti metteranno davvero K.O.! MIO DIO QUEI COLORI!! La follia dell’oppio scatenata… aspetta di vederli!
Oh, ragazzi! “Crepuscolo”, “Tramonto in Lemuria”, “Il bosco delle streghe”, e il disegno per Dunsany! Santa Pegana, non so se è giusto esporre un giovanotto già incline alle più fantastiche stravaganze della letteratura a una così diabolica provocazione!

Purtroppo, come accadde ad HPL, il suo grande talento non gli procurò guadagni adeguati permettendogli di vivere serenamente.
L’abitazione di Smith ad Auburn consisteva in una capanna di legno modestissima in mezzo alla campagna.
Leggiamo dalla lettera di HPL a Frank Belknap Long datata 8 Novembre 1923

Ashtonius langue nell’abituale povertà e depressione nervosa (aspetta il compenso che gli è dovuto per gli ultimi tre gruppi di disegni mandati a Home Brew)

“The City of the Singing Flame”, con il suo seguito “Beyond the Singing Flame”, è uno dei migliori racconti fantascientifici di Smith. Racconta la storia di un gruppo di avventurosi dei nostri tempi che varcano una soglia dimensionale e vengono proiettati in un mondo dove la “fiamma che canta” rappresenta, a sua volta, l’accesso a una dimensione ulteriore. L’autore si identifica con il personaggio di Giles Angarth, uno scrittore di racconti fantastici, e di Felix Ebbonly, illustratore per i pulp magazines. “The City of the Singing Flame” apparve su Wonder stories nel gennaio 1931, “Beyond the Singing Flame” sulla stessa rivista nel novembre 1931.
Come HPL e Howard anche Smith inventò il tuo tomo proibito (Il libro di Eibon) e la sua divinità blasfema, il dio-rospo Tsathoggua, inserita talvolta HPL nel suo pantheon di entità soprannaturali così come Smith usò Yog-Sothoth istituendo una amichevole collaborazione.

Da una lettera di Lovecraft a Fritz Leiber leggiamo:

Anche Klarkash-ton, gran sacerdote di Tsathoggua, ha sfruttato due mondi mitici molto ben organizzati: Iperborea dal favooso passato e Zothique (edito in Italia dai tipi della NORD), una terra del lontanissimo futuro; inoltre ha inventato una regione di incantesimi collocata nella Francia medievale e che si chiama Averoigne. Quest’ultima è una specie di “Arkham” europea di ottocento anni fa. Ho aiutato CAS a ricostruier la storia di Averoignefino ai tempi dei Galli, quando la tribù degli Averones si insediò nella regione, proveniente da una terra dell’occidente inghiottita dal mare. Questo popolo portò con se un grimorio infernale conosciuto in epoche successive come Liber Ivonis o Livre d’Eibon. Era una razza scura dedita al culto di Tsathoggua, Sodaqui o Sadoqua, che imposero nella regione in cui si stabilirono; come conseguenza, in eopca gallo-romana la regione Averonumo Averonia, fu temuta come il luogo in cui si praticava una forma terribile di negromanzia. Particolarmente aborrite erano le città di Simaesis (Ximes) e Avionium (Vyones), dove fiorivano all’oscurità culti particolari. Timidi riferimenti agli Averoni e ad Averonia si trovano in autori gallo-romani poco conosciuti come Flavio Alesio (i cui Annales raccontano l’avvento del Popolo Scuro) e il poeta Valerio Treviro. Nell’orrendo poema negromantico De Noctis Rebus (circa 390 d.C.), Treviro allude in questi termini agli Averoni: NIGER INFORMISQUE VT. NUMEN. AVERONUM. SADOQUA., che nella traduzione inglese di teobaldo, stampata privatamente nel 1711, suona così:
Nero e informe come zolla d’inferno,
L’aborrito Sadoqua, dio di Averonia.
Nelle leggende merovinge e carolinge esistono oscuri riferimenti agli Averoni, e nell’XI secolo la gerarchia ecclesiastica di Averoigne era totalmente collusa col culto diabolico. Per quanto riguarda le condizioni di vita in quella terra d’ombre del Medioevo, CAS è un’autorità superiore alla mia. Come sa, la traduzione del Liber Ivonis fatta da Gaspard du Nord nel francese del sec. XII (è incerto se dal corrotto testo latino o dall’originale iperboreo, perché le opere di Gaspard sono oscure e maledette) ebbe orribili conseguenze: la diffusione a livello popolare di riti e incantesimi che proiettano su Avèroigne un’ombra di supremo maleficio da cui non è più uscita…

Clark Ashton Smith muore nel 1961

Adesso, come sempre, qualche piccola segnalazione sulle apparizioni italiane del soggetto della scheda

The Colossus of Ylourgne (1934) su Storie di Streghe (Newton)
The witch of Sylaire (1941) su Storie di Streghe (Newton)
The Flower Women (1941) su Storie di Streghe (Newton)
The Devotee of Evil (1933) su Storie di Diavoli
The Nameless Offspring (1932) su Storie di Vampiri
A Rendez Vous in Avèroigne (1931)su Storie di Vampiri
Vampiro su Storie di Vampiri

Per farmi perdonare la lunga assenza e sperando di poter aggiornare ed approfondire questo mio contributo alla pagina di Arkham prima possibile ecco un ultimo regalo per voi preso dal numero 24/25 di Yorick grazie ad una traduzione dell’instancabile Pietro Guarriello: l’ultima poesia composta da CAS nel 1961, lasciata incompiuta poco prima della morte.

 The Sorcerer Departs di Clark Ashton Smith

L’anima mi sfugge… ma tra i ruderi di questa romita torre,
Erta contro gl’impetuosi mari del caos,
I grimori e gli alambicchi miei resteranno.
Pozioni venefiche sono più desiderabili di qualunque antidoto,
E le magiche parole son più dolci del linguaggio dell’amore…
Solo figure informi vagheranno nelle mie cantine buie,
E dalle criptiche scritture delle mie pergamene, erose dal verme,
Si diffonderà la pestilenza
Quando in strani eoni verranno lette da maghi alieni
Sotto la luna in eclissi e un impallidito sole

Fritz Reuter Leiber

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FRITZ REUTER LEIBER è un altro dei «Grandi» scrittori americani di Narrativa Fantastica che pubblicò dei lavori su Weird Tales che i lettori del nostro sito dovrebbero conoscere per avere un panorama completo della letteratura fantastica, benché, come abbiamo imparato da tempo, l’appartenenza alla storica rivista non sia sempre garanzia di bravura.
Leiber è l’unico scrittore che nel campo della narrativa soprannaturale può essere considerato il vero e forse unico erede di Lovecraft, del quale sviluppa con estrema finezza e consapevolezza letteraria alcune idee fondamentali
Laureatosi in Psicologia e Fisiologia all’università di Chicago, frequentò anche un seminario di un anno di teologia presso la stesso istituto. Successivamente fu per un certo periodo direttore editoriale di Science Digest, nonché insegnante presso l’Accademia di Arte Drammatica di Chicago. Cominciò a scrivere nei primi anni Trenta e, anche se i campi del Fantastico da lui toccati includono sia la Fantascienza che la Fantasy e l’horror, non v’è alcun dubbio che i migliori risultati li abbia conseguiti negli ultimi due. Per quanto attiene alla Fantasy, non c’è nessuno al mondo tra gli appassionati del genere che non conosca il Ciclo di Fafhrd e del Gray Mouser che, nell’arco complessivo dei vari volumi usciti a tutt’oggi, conta oltre trenta milioni di copie vendute in tutto il mondo. Un episodio di questo celeberrimo Ciclo, Ill Met in Lankhmar, ha vinto sia il Premio Hugo che il Premio Nebula, ossia i due maggiori premi a livello mondiale per quanto attiene alla Narrativa Fantastica. Ma si è detto che non solo nel campo della Fantasy Fritz Leiber ha dato ottima prova di se: anche nella Narrativa Horror i risultati sono stati piu che lusinghieri e vale la pena di citare qualche titolo che ormai è entrato a far parte del Pantheon di questo genere di narrativa come Burn, Witch, Burn!Conjure Wife e Our Lady of Darkness. E, per non fare torto all’Horror, Leiber ha vinto anche in questo campo il Premio Hugo e Nebula con il romanzo breve Gonna Rolle the Bones. Che dire ancora di questo grandissimo autore? Che ha vinto un’altra serie di premi Hugo con i romanzi The Big Time e The WandererFow Ghost in HamletCatch that Zeppelin e Ship of Shadows; il Premio August Derleth e il Premio Lovecraft con Belsen Express, e infine il Grand Master per il complesso della sua produzione narrativa nei campo della Fantasy. Per dare un idea della mole di opere scritte e dei risonoscimenti uficiali ricevuti diamo un un pò di cifre: Fritz Leiber ha collezionato ben diciotto premi, a fronte di una produzione che, in cinquant’anni di attività, ha ormai oltrepassato i 500 tra romanzi e racconti che non presentano mai flessioni o scadimenti di qualità, a riprova della validità di questo grande scrittore nell’arco di un periodo di tempo lunghissimo.
Nel volume Lettere dall’Altrove della Mondadori sono presenti alcune lettere scritte da HPL a Leiber. Un ampia raccolta dei racconti e romanzi soprannaturali di Leiber è stata pubblicata dalla Mondadori nel 1991 con il titolo Occhi d’ombra, e della stessa casa editrice sono disponibili in edizione economica  tre antologie apparse negli Oscar: Spazio, tempo e misteroSpazio tempo e altri misteri e Creature del male.
Altra possibile fonte per i lettori italiani è uno dei Mammut della Newton Compton (da cui il sottoscritto spesso attinge  per le schede, lo confesso…) in cui è presente il racconto di Leiber.

Carl Richard Jacobi

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Carl Richard Jacobi nacque nel 1908 nello stato del Minnesota. La sua principale attività a parte quella di scrittore, fu quella di giornalista presso parecchie testate, la più importante delle quali fu il Minnesota Quaterfly. Chi si appresti a conoscere questo autore non avrà alcun dubbio sul fatto che è stata la sua produzione di Narrativa Fantastica a procurargli una fama mondiale e, anche se la maggior parte dei suoi scritti vertono sull’Horror e sul Fantastico classico, non possiamo dimenticare che scrisse anche parecchia Fantascienza, sopratutto del genere avventuroso. Come tanti altri scrittori suoi coetanei, anche Jacobi iniziò a pubblicare i suoi racconti su Weird Tales, e il primo di questi fu Mive del 1932.
In seguito, molti dei suoi scritti più belli furono raccolti in tre stupende antologie: Revelations in Black del 1947, Portraits in Moonlight del 1964, e Disclosures in scarlet del 1972.
Jacobi non sfuggì agli occhi di Lovecraft, prova ne è una lettera datata 16 Aprile 1936 scritta da HPL a Henry Kuttner di cui riportiamo uno stralcio:

“Il numero di Aprile di WT non è male come ci si aspetterebbe: Jacobi, Derleth & Bloch vanno tutti bene.”

Scritti di Carl Richard Jacobi facilmente accessibili per gli appassionati italiani sono:

The Spectral Pistol (1941) in Storie di Lupi Mannari della Newton Compton
Revelations in Black (1933) in Storie di Vampiri della Newton Compton