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La leggenda Lovecraft

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“Io sono uno che odia l’attuale, un nemico dello spazio e del tempo, della legge e della necessità. Bramo un mondo di misteri fastosi e giganteschi, di splendore e terrore, in cui non regni alcuna limitazione, tranne quella dell’immaginazione più sfrenata”.
Così scriveva Howard Phillips Lovecraft in una lettera del 13 maggio 1923 indirizzata all’amico e corrispondente Frank Belknap Long. In quelle poche righe lo scrittore riusciva ad esprimere e a sintetizzare tutta la sua passione e il suo credo fantastico, elemento quest’ultimo che fungerà da catalizzatore per tutta la sua produzione narrativa.
Il nome di Lovecraft è oggi diventato un simbolo di culto per gli appassionati al genere, ma la sua importanza merita di essere rivalutata anche nei confronti di altri scrittori più famosi e quotati del nostro secolo, cosa che, con la riscoperta del Nostro da vari anni a questa parte, sta avvenendo anche in Italia, grazie soprattutto al lavoro infaticabile di esperti e professionisti come Giuseppe Lippi, Gianfranco De Turris e Claudio De Nardi, senza dimenticare la puntigliosa dedizione che, a livello semiprofessionale e “sommerso” ma non per questo meno importante, sta a lui riservando Massimo Tassi attraverso la rivista Yorick e con i Taccuini di Lovecraft.

Non c’è dubbio, comunque, che HPL ha dalla sua nei confronti degli altri suoi contemporanei più quotati quell’aura di mistero, quasi di leggenda che avvolge la sua figura, e che spinge sempre più lettori ad appassionarsi alla sua opera ed a dedicarsi alla febbrile ricerca di ogni notizia che possa riguardarlo. La frequenza con la quale questo sito viene visitato ne è testimonianza.

Nessuno può rivaleggiare con Lovecraft quanto a numero di misteri e mistificazioni che hanno circondato la sua controversa persona; molte sono solo credenze prive di fondamento, che negli ultimissimi anni stanno man mano venendo confutate dai critici
più accorti.

Ma un risultato ed un giudizio definitivo su di lui è ben lungi dall’essere stato raggiunto, e l’ultimo capitolo della “leggenda” Lovecraft dev’essere ancora scritto, così come deve ancora nascere uno scrittore che possa eguagliarlo nell’ardua impresa di aver saputo concretizzare sulla carta gli incubi e le paure angosciose che affliggono il nostro secolo e la nostra “civiltà travolta dalle sue stesse degenerazioni”. Il punto di partenza di tutta l’opera di HPL, hanno scritto Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco, potrebbe essere stato quello di “analizzare il senso della paura, della paura dell’ignoto”.

Da qui scaturiscono quindi i racconti imperniati sul celebre Mito di Cthulhu, una serie di storie collegate fra loro a formare un corpus narrativo in cui Lovecraft ci descrive il suo particolare concetto dell’universo, con le sue apparenze e le sue regole illusorie. Il lettore che affronta per la prima volta la lettura dei Miti prova, da principio, un senso di autentico smarrimento; l’ “estraneità” che sanno trasmettere quelle pagine lo avvolge, lo inghiotte. Non esiste nessun ordine nell’universo caotico di Lovecraft, nessuna speranza o salvezza per l’umanità. “A cosa serve tutto questo?” scriveva nel 1918 in una lettera a Reinhardt Kleiner, “fra pochi milioni di anni non vi sarà più alcuna razza umana; l’uomo, al più, è un incidente, e di assai poco conto nella storia infinita dell’universo”. Eppure, procedendo nella lettura e nella scoperta e conoscenza della filosofia di Lovecraft, a poco a poco quell’esteriore confusione si dissipa, e dall’insieme dell’opera si avverte una limpidezza di pensiero che il lettore più sensibile ne resta dominato, e lascia la mente libera di vagare negli infiniti meandri della prosa lovecraftiana, inoltrandosi tra i suoi mondi grandiosi, remoti ed evanescenti ma non per questo irreali o solo di fantasia.

Allora si scopre ammirati quell’ “universalità” del genio lovecraftiano, si comprende che l’infinità varietà di mondi e creature mostruose sono in realtà gli altrettanto infiniti aspetti della sua visione universale. Lovecraft si pone al di fuori del mondo che lo circonda, ma solo perché così facendo poteva analizzarlo meglio. “Per me”, era solito dire, “la vita è un quadro, di cui non sono mai stato parte e di cui non farò mai parte… Quando mi distacco dal resto dell’umanità e vedo il mondo come attraverso un telescopio, posso considerare più obiettivamente i fenomeni che in uno stretto ambito mi disgustano”.

Questo suo bisogno di volersi porre “al di fuori” della realtà, quasi un’esigenza per non soccombervi, è stato spesso male interpretato dai critici più superficiali. Lovecraft non era, come troppe volte si è invece sostenuto, un eremita che voleva fuggire la realtà per immergersi in un universo tutto suo.

Al contrario, Lovecraft rifiutò tenacemente di perdersi nei suoi incubi, di accontentarsi di vivere un’esistenza inerte; affrontò invece le sue paure, razionalizzandole, dando loro forma e concretezza mediante la scrittura, che per lui assurge a vero e proprio mezzo di analisi ed auto-analisi. Egli stesso, nel suo saggio In Defence of Dagon annotava: “Io scriverei anche se fossi l’unico paziente lettore, perché il mio fine è solo esprimere me stesso”.

Solo attraverso la narrativa fantastica Lovecraft riusciva a porsi al di fuori del mondo, provando sì ad estraniarsi, ma solo perché così facendo riusciva a comprendere meglio la realtà che lo circondava, senza sottostare ai vincoli ed alle convenzioni del quotidiano che banalizza il Mistero. “Il fantastico catalizza le minacce che sono in noi, ci aiuta a scoprirle; ci permette non di fuggire la realtà, ma di comprenderla” (Gerard Lenne).

Lovecraft trasposita quindi nei suoi scritti la realtà che lo circonda, una realtà che non gli è certo congeniale e che egli esplora in chiave incubica, àgorafobica. L’ esterno non è forse visto come alieno, pericoloso e ostile nei suoi racconti? Altrettanto lo è per HPL l’esterno di Providence e della sua casa di Angell Street.
Ma a questa sua visione panteico-pessimistica della realtà e del cosmo Lovecraft non è giunto subito, bensì attraverso un lungo iter filosofico dal quale scaturisce l’elemento più personale della sua prosa, ed in cui la sua fervida fantasia ha svolto un ruolo predominante.
Lovecraft possedeva fin dalla prima infanzia un’immaginazione fuori dal comune. Egli stesso, nella sua autobiografia, ci attesta che i sogni infantili era quanto di più vivido potesse ricordare di quel periodo.
In quei sogni veniva spesso ghermito dai fantomatici “magri notturni” (night-gaunts), esseri neri, gommosi ed alati che lo conducevano per mondi alieni e sconosciuti, ad osservare panorami estranei quanto ostili e misteriosi; un viaggio, il suo, che era più psichico che di sogno, e di cui lui, da fanciullo ipersensibile e precoce, si rendeva conto. Anni dopo, nel racconto Attraverso il Muro del Sonno, avrà modo di scrivere: “Mi sono chiesto più volte se la maggior parte della gente si soffermi a riflettere sul significato dei sogni, che a volte è clamoroso e comunque appartiene ad un mondo di oscurità e mistero”. Tuttavia, questa pienezza e potenza visionaria e fantastica non era in antagonismo con la concreta realtà scientifica, che per Lovecraft era fondamentale.
Quando all’età di nove anni gli fu regalato il gioco del “piccolo chimico”, possiamo immaginare che qualcosa nella mente del giovane Lovecraft si accese. Forse, pensava,
la soluzione e le spiegazioni ai misteri che lo circondavano potevano provenirgli dalla scienza, nel suo ricercare costante della verità… Lovecraft si aggrappava ad un sostegno scientifico e reale per non soccombere alla parte irrazionale dell’esistenza.
Per cui fu sempre alla costante ricerca di uno dei “fantasmi” della vita, la Sapienza, sognando e credendo d’incontrare in essa la verità che avrebbe annientato le sue
angosce. Al Solitario di Providence la realtà quotidiana andava stretta, egli anelava a più vasti orizzonti, pieni di grandi misteri con i quali la sua mente, avida allo stesso tempo di certezze e di dedaliche complicazioni, potesse confrontarsi. Così s’allontanava sempre di più da una concezione antropomorfica del mondo, e sempre più si immergeva nella speculazione delle grandi forze della natura, simbolizzate con i nomi di Cthulhu, Azathoth, Yog-Sothoth e delle altre divinità universali dei suoi racconti. Da qui anche la sua visione meccanicistica dell’universo, in cui l’uomo, al pari di tutti gli altri esseri animati e inanimati, subisce le conseguenze di causa/effetto di “una materia che sordamente si muove e opera alla propria conservazione”. Lovecraft arriva a concepire l’universo come un circuito di produzione e distruzione senza finalità, “un’oceano ribollente di forze cieche”, come ebbe modo di dire, “in cui la più grande gioia è data dall’inconsapevolezza e dalla più grande sofferenza”.
La concezione del mondo che Lovecraft delinea nei Miti di Cthulhu è quella stessa concezione meccanicistica che è diventata la sua etica; non a caso, nei significativi versi iniziali di Il Richiamo di Cthulhu (1926), racconto in cui i miti assumono connotati precisi e predominanti, egli scrive: “Penso che il destino degli uomini sarebbe ancor più crudele di quanto sia già, se la nostra mente non fosse incapace di mettere in rapporto tra loro tutte le cose che avvengono in questo mondo. La nostra vita si svolge in una placida isola d’ignoranza, circondata dagli oscuri mari dell’infinito, e non credo che ci convenga spingerci troppo lontano da essa”.
Convinto che l’unica alternativa umana nei confronti di un universo cieco ed insensato sia l’immaginazione, Lovecraft edificò il suo pantheon mitologico le cui divinità cieche ed ostili (Lovecraft usava il termine “mindless”, cioè incuranti) possono sembrare quanto di più lontano dalla realtà simbolica a cui appartengono, ma che in fin dei conti non rappresentano altro che l’universo così come lo concepiva il “Filosofo di Providence”.
Come hanno notato acutamente de Turris e Fusco nella loro antica ma sempre attuale monografia sullo scrittore, “per il Solitario di Providence i Miti non rappresentavano
affatto una specie di canovaccio già stabilito, erano piuttosto uno scenario particolarissimo, un’atmosfera tutta speciale nella cui suggestione più facilmente potevano emergere i simboli e le visioni attraverso cui Lovecraft rappresentava il proprio concetto particolare dell’universo e del ruolo che in esso occupa l’umanità”.
D’altro canto, lo stesso Lovecraft ha affermato che “l’immaginazione non ha bisogno di contraddire la verità, ma si estende di preferenza in un abisso d’ignoranza e integra la verità” (l’enfasi è mia). Forse, quella di Lovecraft potrebbe definirsi una battaglia vana e già persa in partenza contro quel “mistero” che in vita cercò sempre di disvelare.
Ma non per questo si è mai sentito limitato dalla sua umana debolezza… Non è riuscito a penetrare il muro dell’Ignoto, non ha trovato la “chiave d’argento” che permette l’ingresso nel mistero, ma non si arrese mai, ed i suoi racconti sono rimasti a testimonianza di un conflitto interiore durato una vita, lottando contro l’angoscia e la paura che affligge l’uomo di scienza e l’erudito: la paura dell’Ignoto, una paura che egli non rifuggiva, ma piuttosto affrontava e analizzava con i suoi racconti.
Solo la prematura scomparsa ha interrotto qualla tenace, mai sopita esplorazione del “Grande Mistero”, del segreto che lo ossessionò per tutta la vita.
Ma qualcosa è rimasto: il ricordo e l’opera di un uomo straordinario i cui scritti oggi continuano ad attirare migliaia di avidi lettori, mentre le ricerche e gli studi su di lui aumentano di giorno in giorno, tanto da indurre un suo critico, Kenneth W. Faig, a definirlo, metaforicamente, come “il personaggio che nacque dopo la sua morte”.

FONTI BIBLIOGRAFICHE:
H. P. Lovecraft, Tutti i Racconti (Ed. Oscar Mondadori, 4 vol., 1989-1992);
H. P. Lovecraft, Selected Letters (Ed. Arkham House, 5 vol., 1965-1976);
H. P. Lovecraft, In Difesa di Dagon e altri saggi (Ed. SugarCo, 1994);
A.a.V.v., Vita Privata di H. P. Lovecraft (Ed. Reverdito, 1987);
G. de Turris e S. Fusco, Lovecraft (Ed. La Nuova Italia, 1979);
S. T. Joshi, H. P. Lovecraft: A Life (Ed. Necronomicon Press, 1996).

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