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Guida alla lettura di Lovecraft

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di Fabrizio Claudio Marcon

Articolo apparso su Studi Lovecraftiani n. 1. © Dagon Press

 

HOWARD Phillips Lovecraft è, senza mezzi termini, il nome più importante della letteratura fantastica del XX secolo; è colui che ha travolto i luoghi comuni e rivoluzionato lo stantio immaginario del genere, che solo allora stava faticosamente cominciando a uscire dalle trite e ritrite rielaborazioni della triade fantasmi-vampiri-lupi mannari, imprimendo una decisa accelerazione all’ampliamento di prospettive della narrativa soprannaturale; è colui che, a parole e forse anche nell’animo ligio all’autorità ed all’irraggiungibile esempio dei maestri Poe, Blackwood, Machen o Dunsany, è stato in realtà capace di sintetizzarli tutti e nel contempo trascenderli e superarli di gran carriera; è colui che ha saputo fondere elementi a prima vista antitetici, quali un profondo attaccamento alla dimensione localistica della sua narrativa (e della sua vita in primis) ed un contemporaneo sguardo visceralmente cosmico sulla realtà, quale nessun autore prima di lui aveva saputo proporre.
Per chiunque ambisca a farsi una cultura nell’ambito della letteratura fantastica in genere, Lovecraft è un punto fermo ed un passaggio obbligato; ma anche il cultore della fantascienza più classicamente intesa o dell’orrore più tradizionale troverà pane per i suoi denti, almeno in settori specifici del corpus lovecraftiano, e dovrà ringraziarlo per aver imposto quel cambio di rotta che avrebbe in seguito portato la fantascienza lontana dai puerili esordi caratterizzati dalla mera trasposizione su altri pianeti di vicende, emozioni e storie tipicamente umane, verso la definizione di creature aliene veramente aliene, tanto dal punto di vista fisico quanto da quello delle motivazioni e dei sentimenti. Senza di lui, tutto quello che avremmo avuto sarebbero stati forse i variopinti umanoidi di Star Trek, ma non i terribili ed implacabili aracnoidi di Alien: e questo la dice lunga. Il porsi a cavallo fra narrativa fantastica e fantascientifica ha reso Lovecraft unico e gli ha consentito di innovare tanto un genere quanto l’altro, rendendo poi possibili (e talvolta ispirando direttamente) gli sviluppi ai quali entrambi sono andati incontro nei decenni a venire.
E questo se vogliamo limitarci al Lovecraft-narratore: perché un universo altrettanto affascinante ma assai meno noto ci si schiude se decidiamo di dedicarci al Lovecraft-epistolario, ossia all’autore di veri e propri saggi di stile e di erudizione nei quali i temi più disparati (umanistici come scientifici: letteratura, astronomia, sociologia, politica e quant’altro) sono affrontati con piglio da polemista, cultura enciclopedica ed atteggiamento lucidamente cinico e disincantato a beneficio dei fortunati che ebbero modo di corrispondere con lui nel corso degli anni. Lovecraft è stato talvolta definito, e potrebbe non essere un azzardo, come uno fra gli uomini più voluminosamente documentati della storia dell’umanità. Delle circa centomila (!) lettere di cui si rese autore nel corso delle sua vita sopravvive solo una parte irrisoria, eppure sufficiente a riempire pagine su pagine e a svelarci di volta in volta aspetti nuovi ed interessanti della sua affascinante personalità.
Chi scrive coltiva da anni una passione profondissima per questo autore, nata dalla lettura delle sue opere ma maturata definitivamente anche tramite la lettura del suo epistolario e dalla condivisione della stessa visione sostanziale del mondo. Per me Lovecraft non è solo un maestro della letteratura fantastica ma anche un pensatore instancabile, un formidabile erudito ed un lucido critico della realtà che lo circondava: un personaggio dunque degno di essere scoperto o riscoperto in toto nella sua assoluta attualità.

Cosa leggere della produzione di Lovecraft?

Lovecraft nel corso della sua carriera ha scritto molto, ma non moltissimo. Gran parte del suo impegno è stato canalizzato nella corrispondenza piuttosto che nella narrativa, cosicché la raccolta completa di quest’ultima risulta occupare solamente quattro volumi nell’edizione italiana: ciò è dovuto anche alla particolare predilezione dell’autore per la forma del racconto, solo verso il termine della sua carriera evolutosi tutt’al più in romanzo breve.
Possiamo facilmente (e semplicisticamente, ma in questa sede spero mi si vorrà perdonare questo schematismo in virtù del suo valore esplicativo) individuare nella carriera lovecraftiana almeno tre fasi, abbastanza omogenee anche cronologicamente ma differenziabili soprattutto tematicamente: per comodità le indicherò qui come la fase tradizionale, quella onirica e quella matura. La fase tradizionale rappresenta gli esordi di Lovecraft nel mondo della letteratura (permettiamoci qui di escludere i primissimi lavori di gioventù realizzati già a partire dal chiudersi dell’Ottocento), ed occupa pertanto la prima parte della sua vita estendendosi all’incirca fino ai primi anni Venti. In questa fase egli si concentra sulla forma del racconto breve, dallo svolgimento semplice eppur mai banale e dal rapporto stretto ma mai asfissiante con una visione abbastanza ‘classica’ dell’orrore della quale troviamo illustri referenti in Edgar Allan Poe e nel filone gotico. Sebbene parte di essa verrà giudicata poi in termini tutt’altro che lusinghieri dallo stesso Lovecraft, che d’altronde non smetterà mai i panni di severissimo censore della propria intera opera, la produzione di questi anni si rivela in ultima analisi come la più accessibile del corpus, in virtù di una certa immediatezza che non viene mai meno nonostante l’indugiare già deciso dell’autore in un linguaggio rifinito ed elegante e nel ricorso ad espedienti tesi a costruire una suspence crescente mano a mano che le storie procedono verso la propria conclusione. Seppur buone candidate a rappresentare il primo approccio all’opera del maestro di Providence, è bene chiarire fin d’ora che questi primi racconti non ne testimoniano invero lo stile più proprio ed effettivamente passato alla storia con l’aggettivo “lovecraftiano”. Ciò non toglie che soprattutto episodi come The Tomb (1917), Facts Concerning the Late Arthur Jermyn and His Family (1920), From Beyond (1920), The Outsider (1921, un classico dell’estetica lovecraftiana), The Music of Erich Zann (1921), Herbert West, Re-Animator (1921-22) meritino certamente una lettura attenta e regalino indubbie gratificazioni; per non parlare poi delle vette più alte raggiunte dal Lovecraft ‘tradizionale’, in The Rats in the Walls (1923) o in The Shunned House (1924), in cui però la capacità ed il malcelato piacere di padroneggiare un background storico o pseudo-storico di alto livello parlano già di un momento successivo nell’evoluzione stilistica in atto.
La fase onirica¸ che pure attraversa trasversalmente un po’ tutta la sua carriera, si può collocare grossolanamente tra la fine del secondo ed il terzo decennio del secolo; dal momento in cui Lovecraft si imbatte nell’opera di Lord Dunsany fino al canto del cigno rappresentato dal lungo ed elaborato The Dream-Quest of the Unknown Kadath (1926-27). Folgorato dalla capacità di Dunsany di evocare paesaggi onirici, sospesi tra realtà e fantasia (nonché, ma sarà più evidente con il passare degli anni, conquistato dalla sua idea di costruire un vero e proprio pantheon immaginario ed auto-referenziante e di calare così le vicende narrate sullo sfondo di un’ipotetica mitologia di ampio respiro), Lovecraft si gettò anima e corpo nel tentativo di cristallizzare le suggestioni oniriche, nelle quali egli stesso era da tempo immerso, nello stesso stile immaginifico e magico del suo illustre modello. Questo sforzo rappresenterà un capitolo ben preciso della sua carriera, che seppur gravido di riflessi e creditore di elementi poi ripresi negli anni successivi rimarrà sostanzialmente (ma non completamente, va da se’) isolato ed isolabile dal resto della produzione. In questo caso possiamo in parte condividere l’inevitabile scetticismo di Lovecraft, non tanto nella sua pretesa incapacità di eguagliare l’abilità di Dunsany quanto piuttosto nel constatare la discutibile efficacia del mezzo scelto (il racconto onirico) per tradurre compiutamente le idee e le intuizioni di cui egli si sentiva portatore: difficile inoltre non notare un certo appesantimento ed una consistente sfocatura laddove questi quadretti onirici si dilatano fino alle dimensioni di un romanzo breve, come nel caso del già citato The Dream-Quest of the Unknown Kadath che sicuramente non brilla per uniformità interna e brillantezza di esposizione. Racconti quali Polaris (1917), The White Ship (1919) o Celephais (1920) costituiscono un buon esempio di quello di cui stiamo parlando, e per quanto privi del respiro che renderà immortali le opere posteriori testimoniano dell’innegabile abilità dell’autore anche alle prese con un modo letterario comunque inadatto ad esaltare in pieno le sue capacità. Ed in fin dei conti Lovecraft rimane pur sempre un sognatore che trae dalla sua ricca vita onirica immagini potenti da trasferire nella propria letterature, al di là di qualunque esempio o indicazione esterna che possa essergli arrivata da Lord Dunsany come da chiunque altro.
L’ultima fase matura è aperta programmaticamente da The Call of Cthulhu (1926), per quanto in realtà fosse già stata anticipata in alcuni aspetti perfino da Dagon (1917) e comunque non fosse priva di specifici precedenti significativi nemmeno nell’ambito di altri titoli della sua produzione; ma si dovrà attendere gli ultimi anni Venti e soprattutto i primi Trenta perché lo stile ad essa abbinato produca i suoi frutti più maturi e mostri di aver assimilato le sperimentazioni alle quali Lovecraft si dedicò con minuziosità durante quegli anni.
La maturità lovecraftiana non assume ne’ i tratti di una rivoluzione ne’ quelli di uno statico seppur raffinato conservatorismo: si colloca invece a metà fra i due estremi, caratterizzandosi per la suprema sintesi di quanto fin lì prodotto più l’incorporazione di elementi nuovi e peculiari. L’approfondita ed erudita ricerca storico-paesaggistica nel delineare le ambientazioni; lo sviluppo vorticoso ma coerente del pantheon immaginario, di derivazione ormai solo vagamente dunsaniana; la raggiunta padronanza di uno stile letterario maestoso e dall’incedere massiccio, unito ad un senso del climax assai perfezionato; il ricorrere di personaggi ‘colpevoli’ di aver indugiato troppo a lungo nello studio di testi esoterici esacrabili (vedi il celeberrimo Necronomicon) e nella pratica di rituali dalle conseguenze incontrollabili, o di avere in ogni caso sollevato il velo su una realtà che meglio sarebbe stato lasciare nascosta ad occhi umani; il delinearsi di una remota preistoria terrestre popolata da esseri alieni, talvolta dagli attributi ambiguamente semi-divini (ambiguità che poi spianerà purtroppo la strada alla mistificazione dell’intera opera lovecraftiana operata dal discepolo August Derleth, che vorrà inquadrarla in uno schema di derivazione cristiana di lotta perpetua fra il Bene ed il Male in realtà del tutto estranea alla visione originale dell’autore), un tempo padroni del nostro pianeta e produttori di un sapere che ancora oggi filtra fino a noi con effetti spesso oscuri e potenzialmente apocalittici; il tutto reso coerente ed accettabile non solo da un approccio estremamente sobrio, scientifico e quasi ‘clinico’ alle vicende, ma soprattutto dal costante riferimento ad una vera e propria teoria della narrativa soprannaturale che Lovecraft era andato elaborando dallo studio delle autorità nel campo, e che aveva enunciato nel suo testo dottrinario The Supernatural Horror in Literature nonché in numerosi passaggi della sua corrispondenza. A coronamento di quanto è stato qui accennato giungono i capolavori assoluti quali The Case of Charles Dexter Ward (1927), The Dunwich Horror (1928, invero famoso forse oltre i suoi effettivi meriti soprattutto se riletto alla luce di quanto seguirà), The Whisperer in the Darkness (1930), At the Mountains of Madness (1931), The Shadow Over Innsmouth (1931) o The Shadow Out of Time (1935): lavori in cui l’ampio respiro garantito dalla forma del romanzo breve consente a Lovecraft di dispiegare pienamente il lirismo della sua prosa e di sviscerare gli aspetti più reconditi e minacciosi del suo mondo fantastico. Pur richiedendo pazienza ed attenzione nella lettura, ed essendo francamente improponibili a chi abbia già deciso che dopotutto Lovecraft non fa per lui, questi lavori ricompensano il lettore con l’elargizione di profonde emozioni e con la trasmissione di un terribilmente efficace senso di lontananza, tanto temporale che spaziale, capace di assicurare un potentissimo senso di momentanea astrazione dalla realtà o, parafrasando lo stesso Lovecraft, di “cosmic outsideness“.
Giunti al termine di questa breve panoramica, è opportuno chiarire comunque che il lettore non troverà mai cesure interne di alcun genere nella produzione fin qui descritta: lo stile di ogni autore muta impercettibilmente da opera ad opera, cosicché non è affatto raro trovarne alcune in cui siano compresenti elementi che solo a posteriori noi possiamo eventualmente giudicare come caratteristici di questo o quello specifico periodo. L’amore per la propria terra natia e la ricerca di un soverchiante senso di alienità sono ad esempio due fattori che accompagnano l’intera produzione lovecraftiana, e solo il modo ed il grado in cui si dispiegano possono indurci a ritenerli elementi validi per la definizione di scansioni tematico-temporali all’interno di essa: ma esse sono pur sempre il frutto del lavoro e delle emozioni di uno stesso individuo, che sicuramente non andava scrivendo i propri testi in funzione di qualche ipotetica scansione temporale o tematica quale noi oggi possiamo intravedere.

Dove reperire i testi di Lovecraft?

Una parte significativa dell’opera di Lovecraft è stata pubblicata anche nel nostro paese, ed in certi casi è ormai facilmente accessibile a tutti. Vediamo qualcosa di più a proposito, premettendo peraltro che per Lovecraft come per qualsiasi altro autore vale ovviamente la medesima considerazione: non appena ve ne sia la possibilità, l’appassionato dovrebbe procurarsi le edizioni in lingua originale, tramite le quali si entra veramente a contatto con l’opera dello scrittore così come è stata concepita e scritta, senza l’intermediazione di alcuna traduzione. E’ bene però notare anche che lo stile narrativo di Lovecraft, denso di descrizioni nelle quali l’autore non lesina l’uso di vocaboli ricercati e desueti e si compiace apertamente di costruzioni sintattiche complesse ed oscure (nonché comprendente a volte, si veda in particolare la lunga narrazione di Zadok Allen in The Shadow Over Innsmouth, intere sezioni di dialogo in dialetto), non permette di essere apprezzato in lingua originale se di questa non si possiede una conoscenza ben più che scolastica. Dovendo ricorrere troppo spesso al vocabolario infatti si rischia di perdere del tutto il flusso delle dinamiche interne di quanto si sta leggendo, mentre affidandosi solo al proprio buon senso per ricostruire il significato dei termini sconosciuti non si può ovviamente apprezzare fino in fondo la ricchezza della prosa lovecraftiana e la sua ponderata maestosità: la soluzione ideale si trova senza dubbio a metà strada, ma non sempre sarà facile individuarla.
Per quanto riguarda la narrativa, l’edizione italiana di riferimento è quella Oscar Mondadori de “Tutti i racconti”, ordinati cronologicamente in quattro volumi. Dalla sua ha il fatto di essere basata sulle versioni più recenti e filologicamente corrette del materiale, rivedute e preparate dal grande studioso lovecraftiano S.T.Joshi per l’edizione americana pubblicata della Arkham House. Va però lamentata la mancanza di almeno una edizione in copertina rigida, il che obbliga anche l’appassionato più esigente ed il cultore delle belle rilegature di una volta ad accontentarsi di volumi economici e senza pretese.
Una parte ingente del corpus lovecraftiano è costituito dalle collaborazioni: in massima parte, racconti da lui scritti praticamente da cima a fondo, partendo da un semplice suggerimento o da uno scheletro di trama offerto dal committente. Collaborazioni di questo tenore si risolvono nel migliore dei casi in una rielaborazione in tono inevitabilmente dimesso delle idee che Lovecraft andava sviluppando nella propria narrativa, e nel peggiore in racconti pasticciati sui quali nemmeno la mano dell’illustre revisore ha potuto alcunché. Lo si tenga ben presente al momento della lettura.
Proseguendo, sempre per Mondadori sono usciti “Lettere dall’Altrove”, una succinta selezione dello sterminato epistolario; e “Diario di un Incubo”, sotto il cui titolo volutamente ad effetto si nasconde il Commonplace Book, ovvero il quaderno di appunti sul quale lo scrittore riportava diligentemente le idee e le intuizioni che si riservava di riprendere e sviluppare in seguito. Per quanto riguarda quest’ultimo, la traduzione italiana, curata da Claudio De Nardi, è arricchita da un esaustivo corredo di note e pertanto svolge bene il suo compito; in merito alle lettere invece è caldamente consigliato ricorrere all’originale edizione americana delle Selected Letters, pubblicate in cinque volumi dalla Arkham House, che presenta una selezione più ampia e sicuramente più eterogenea di materiale (si ricordi comunque che i primi due volumi sono da tempo esauriti e rintracciabili perciò solo sul mercato dell’usato). Per l’epistolario vale lo stesso discorso affrontato poco sopra: qualora le proprie conoscenze lo permettano sarebbe preferibile affrontare gli originali, a maggior ragione in questo caso giacché la traduzione italiana ha interessato solo una frazione della mole di materiale disponibile invece in lingua inglese.
Nelle vesti di teorico letterario Lovecraft è a tutt’oggi assai meno noto di quanto lo sia in quelle di autore di narrativa: nonostante questo il fondamentale Supernatural Horror in Literature è stato tradotto in Italia da SugarCo e pubblicato a se’ stante, mentre un secondo volume della stessa casa editrice (“‘In Difesa di Dagon’ ed Altri Saggi sul Fantastico”) ha provveduto a raccogliere diversi altri interventi lovecraftiani in materia (tra cui quello famoso, che dà il titolo alla stessa raccolta, in cui difende dalle critiche il proprio racconto Dagon). E’ inoltre relativamente fresca di stampa l’analoga raccolta “Teoria dell’Orrore”, pubblicata da Castelvecchi e curata da Gianfranco de Turris. Parecchio materiale di questo tipo si può rintracciare poi in Miscellaneous Writings, la collezione compilata da S.T.Joshi per la Arkham House, che raccoglie scritti di vario argomento (dalla letteratura ai viaggi, dalla filosofia alla politica) pressoché imprescindibili per farsi un’idea del Lovecraft-uomo oltre che del Lovecraft-scrittore.
Ancora mancante risultava fino a poche settimane fa un’edizione completa, aggiornata e filologicamente attendibile del corpus poetico lovecraftiano: ora si è reso disponibile il volume The Ancient Track, uscito sul mercato americano. In Italia un compendio accettabile è rintracciabile nel volume “Il Vento delle Stelle” (Agpha Press), che raccoglie parte della produzione più ‘irregolare’ dello scrittore; in lingua inglese invece è la Necronomicon Press, tornata in attività proprio di recente, ad offrire in questo frangente il catalogo più ampio, per quanto inevitabilmente disperso e frammentato in molte pubblicazioni distinte (al punto di rendere consigliabile agli eventuali interessati di consultare direttamente il loro catalogo per farsi un’idea più precisa in merito). Poco meno che indispensabile è però l’acquisto del ciclo dei Fungi From Yuggoth (sempre su Necronomicon Press), i trentasei sonetti nei quali la poetica lovecraftiana è forse più significativamente sintetizzata e rifulge di luce propria grazie anche ad un’espressività poetica mai così efficace.
Un’ultima, doverosa ed inevitabilmente riduttiva nota va all’immensa produzione accumulatasi nel decenni sulla figura del maestro di Providence, nonché alla narrativa dichiaratamente ispirata ai suoi temi più noti. Riguardo alla prima categoria, mi limiterò ad indicare i nomi di S.T.Joshi (la figura di riferimento nell’ambito degli studi lovecraftiani, nonché autore della più completa biografia disponibile: H.P.Lovecraft: a Life, appena ristampata dalla Necronomicon Press), Steven J.Mariconda, Dirk W.Mosig (il cui approccio all’opera di Lovecraft è quantomeno originale, derivante dalla familiarità di Mosig con la musica classica, il buddhismo e la cultura orientale, e dai tentativi che egli compie di tracciare paralleli fra questi tre ambiti e la produzione dello scrittore) e Peter Cannon (forse il più schietto ed irriverente): i loro saggi, e quelli di altri studiosi di cui qui per ragioni di concisione sono colpevolmente costretto a tralasciare i nomi, sono stati pubblicati a più riprese dalla Necronomicon Press.
Discorso analogo si può fare, per la saggistica lovecraftiana, con le pubblicazioni della Hippocampus Press di Derrick Hussey, nuova casa editrice specializzata in cose lovecraftiane e quindi diretta concorrente della Necronomicon Press. Dal suo catalogo, ci limitiamo qui a segnalare i basilari volumi dei Collected Works di HPL, a cura dall’infaticabile Joshi, che offrono tutto lo scibile sul pensiero del Sognatore di Providence, dai suoi saggi di astronomia alla critica letteraria, dai pezzi di giornalismo ai travelogue. Per il resto rimando al loro sito: www.hippocampuspress.com, aggiornato costantemente.
In merito alla narrativa cosiddetta ‘lovecraftiana’, il consiglio invece è quello di procedere con grande cautela. Il mero richiamarsi all’immaginario dell’autore americano o di prelevare di peso dalle sue pagine nomi esotici quali Necronomicon o Yog-Sothoth non garantisce infatti di per se’ sugli esiti complessivi della narrativa in questione, e non è quindi affatto difficile imbattersi in lavori assai miseri e banali i quali sbandierano il proprio rapporto con l’opera di Lovecraft nel disperato tentativo di essere sottratti all’oblio che meriterebbero senza alcuna esitazione. Personale impressione di chi scrive è che battere Lovecraft sul suo stesso terreno e con le sue armi predilette non sia nemmeno lontanamente possibile, e che pertanto tutte le opere troppo smaccatamente derivative non possano rappresentare altro che una sostanziale delusione per chi abbia già familiarità con gli originali. L’unica parziale deroga a questa considerazione potrebbe al massimo venire da alcune delle cosiddette ‘collaborazioni postume’, ovvero un romanzo breve ed una raccolta di racconti che August Derleth portò a compimento partendo dalla base rappresentata da alcuni appunti lasciati incompiuti da Lovecraft al momento della morte. Per quanto gran parte delle idee e dello svolgimento di questi lavori sia da ascrivere esclusivamente a Derleth, e quindi risenta tanto della sua distorta visione del pantheon lovecraftiano già citata in precedenza quanto dell’obiettivamente più modesta qualità letteraria di Derleth, per poco che sia tra di essi si nasconde qualcosa da salvare: è il caso ad esempio dello struggente The Lamp of Alhazred, nel quale la mano lovecraftiana sembra sentirsi maggiormente. A titolo di curiosità si riporta comunque il fatto che le ‘collaborazioni postume’ non hanno trovato posto ne’ nell’edizione Arkham House ne’ in quella Mondadori della narrativa di Lovecraft, segno del fatto che vengano unanimemente considerate opera del solo Derleth: in Italia sono state pubblicate da Fanucci.
Un’ultima parola va ai numerosi testi che nel corso degli anni si sono proposti di rappresentare l’edizione fedele del temibile Necronomicon, il libro di magia più volte citato da Lovecraft nei suoi racconti. Ebbene, lo stesso Lovecraft non nascose mai un piccolo particolare che molti hanno poi preferito ignorare: e cioè che il Necronomicon non è mai esistito, trattandosi semplicemente di una delle tante idee partorite dalla fervida immaginazione dell’autore. Si diffidi pertanto di tutti i supposti “libri segreti di H.P.Lovecraft” così come dei fantomatici “testi di Rl’yeh” e via fantasticando…

Quando accostarsi agli scritti di Lovecraft?

Ora che sono state fornite le coordinate pratiche per avvicinarsi a Lovecraft, rimangono due parole da spendere in merito alla ‘utilizzazione’ del materiale che ci si fosse eventualmente procurato.
La narrativa lovecraftiana non è catalogabile nel genere usa-e-getta, ne’ fra la generica produzione destinata semplicemente a suscitare qualche brivido passeggero ed istantaneamente dimenticabile: ed essa stessa non fa nulla per incoraggiare un simile impiego, lontana com’è dalla nostra idea di facile fruibilità. Avvicinarsi ad opere solo apparentemente semplici quali The Call of Cthulhu, per non parlare di quelle più lunghe ed articolate quali i capolavori dell’ultimo periodo, come ci si avvicinerebbe ad un bestseller moderno di Stephen King, Clive Barker o Dean Koontz è profondamente sbagliato. Non ci inganni il fatto che proprio King, ad esempio, abbia a più riprese dichiarato il debito artistico e ‘spirituale’ contratto con il maestro di Providence: tutti i romanzi di King sono infatti profondamente diversi in quanto ad impostazione e sviluppo, e risultano per innumerevoli motivi assai più accessibili al lettore medio nonostante la mole di alcuni di essi possa inizialmente far pensare l’opposto.
Lovecraft non solo ebbe il suo apice creativo circa settant’anni fa, e pur risultando con il senno di poi un pioniere dell’horror moderno già allora risultava per altri aspetti ‘fuori moda’, legato com’era a modelli (stilistici però, mai tematici) risalenti al secolo precedente se non addirittura al suo amato Settecento: questo per spiegare come il suo stile abbia ben poco a che spartire con la produzione più invitante dei giorni nostri, anche quando gli argomenti le siano più o meno paragonabili. Lovecraft richiede impegno, e non è un caso se una parte significativa della sua notorietà odierna derivi in realtà dalle numerose trasposizioni della sua opera in forma di film, fumetti, videogiochi o RPG: trasposizioni che, a volte fedeli ma altre volte assolutamente mistificanti, hanno permesso la diffusione del corpus originale presso un pubblico assai ampio. Tutto questo sarebbe da ritenersi sostanzialmente positivo laddove stimolasse in seguito a prendere contatto con il materiale originario: se invece la conoscenza di Lovecraft comincia e finisce a livello del fumetto o del gioco di ruolo, l’interessato non potrà vantare alcuna reale familiarità con il sognatore di Providence. Senza esagerare nel proporre ambientazioni fortemente caratterizzate (leggi “stanza illuminata a lume di candela in una notte buia e tempestosa…” e via discorrendo), rimane assolutamente valido il consiglio di volgersi a Lovecraft quando ci si senta pronti ad immergervisi completamente, senza fastidiose interruzioni esterne ne’ assilli di altro genere. La ricchezza della sua prosa è ben evidenziata d’altro canto anche dal fatto che il mezzo cinematografico, pur forte ormai di effetti speciali di grandissimo impatto, non sia mai riuscito a renderle ragione e proporne una versione veramente e completamente convincente. Giocate come sono su sfumature, su concetti adombrati e mai dispiegati fino in fondo, su una sorta di irrequietezza e tensione di fondo, le storie lovecraftiane nascono su carta e su carta danno ancora oggi il meglio di se’. Il lettore è chiamato a supplire con la propria fantasia alle descrizioni che Lovecraft lascia volutamente sospese, ben conscio del fatto che nessuna parola può sostituirsi alla forza delle emozioni e dell’immaginazione: è lo stesso lettore allora a dare forma nella propria mente al grandioso Cthulhu che riemerge dalla Rl’yeh sepolta sotto le acque, oppure agli shoggoth che la spedizione scientifica di At The Mountains of Madness ritrova sotto i ghiacci eterni dell’Antartide. Orrori ai quali Lovecraft rifiuta di abbinare descrizioni dettagliate e per loro stessa natura limitanti, lanciando quindi a briglie sciolte la nostra immaginazione e ponendo il lettore in rapporto diretto con il testo: e forse è proprio questo il motivo della fortuna, purtroppo per lui quasi esclusivamente postuma, del grande Howard Phillips Lovecraft.

Fabrizio Claudio Marcon

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