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Robert Edwin Howard

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Robert Ervin Howard (1906-1936) è, insieme a Lovecraft e C.A. Smith, il terzo “gigante” degli anni d’oro di Weird Tales. Appassionato di narrativa fantastica, storia e antichità celtiche, era dotato di una vena praticamente inesauribile di ispirazione che gli consentì di scrivere un considerevole numero di racconti in quasi tutti i generi popolari, ma sempre infondendovi le proprie ossessioni e, sopratutto, la propria originale e febbrile visione del mondo. Il suo personaggio più famoso e conosciuto è Conan il Barbaro, un avventuriero che si fa strada nella favolosa Era Iboriana collocata circa dodicimila anni fa, su uno sfondo storico-geografico quasi surreale, con cui i film interpretati da Schwarzenegger hanno ben poco a che fare.
Howard era affascinato dal problema della violenza, che è uno dei tratti fondamentali della sua narrativa. Quando Derleth e Wandrei ne pubblicarono la prima antologia di racconti (Skull Face and Others, Arkham House 1946) scrissero che una raccolta dedicata esclusivamente alle avventure di Conan avrebbe avuto le pagine intrise di sangue.
Occasione di contatto tra R.E. Howard e HPL è stata l’uso da parte di Lovecraft di una frase in gaelico nel racconto The Rats in the Wall, ma leggiamo cosa scrive in proposito HPL in una lettera a Edgar Hoffman Price il 5 Luglio 1936:

“Pur ammirandolo, fino al 1930 non gli avevo mai scritto perché non sono il tipo che ami importunare la gente. Ma quell’anno lui lesse la ristampa del mio “The Rats in the Wall” e individuò immediatamente il piccolo imbroglio contenuto nel racconto: mi serviva un esclamazione regressiva e avevo copiato una frase celtica da una nota a piè di pagina di un vecchio classico, “The Sin Eater” di Fiona MacLeod (William Sharp). Howard non sapeva quale fosse la fonte della citazione, ma aveva un occhio d’aquila per le antichità dei celti e si rese conto che c’era qualcosa che non quadrava: la frase era gaelica, non cimrica come avrebbe dovuto essere vista l’ambientazione in Inghilterra meridionale. Io non so una parola delle lingue celtiche e non avrei mai creduto che qualcuno potesse scoprire l’errore. Troppo buono per sospettarmi di appropriazione di materiale altrui (da ignorante, per giunta), Howard giunse alla conclusione che io seguissi la teoria, oggi screditata, per cui i gaeli avrebbero preceduto i cimbrici in Gran Bretagna, e scrisse una lunga ed erudita lettera sull’argomento al satrapo Farnazabus (Farnsworth Wright, direttore di Weird Tales).
Farny me la inoltrò e io non trovai pace finché non ebbi risolto la questione. Scrissi due righe a REH confessando la mia ignoranza e dicendogli che mi ero limitato a copiare una frase che avesse il giusto significato da una nota in un racconto scozzese.”

Da allora ebbe inizio una corposa corrispondenza tra i due che permise l’instaurarsi di un lungo dibattito: sui celti e le antiche popolazioni nordiche, sulle lingue parlate dai celti, sulle condizioni di vita nel Sudovest americano, sulla situazione politica, ecc. Nel dibattito politico – pur essendo entrambi radicali e piuttosto insofferenti – Howard faceva la parte del liberale attaccando le simpatie fasciste di Lovecraft. Quest’ultimo si atteggiava talora a difensore dell’ordine, o almeno della legalità, quando Howard criticava i brutali metodi polizieschi usati nell’Ovest e la persecuzione dei membri più deboli della società (ad esempio, le donne). Lovecraft sosteneva che se le donne accettavano consapevolmente di manifestare fra i radicali contro le forze dell’ordine, sapevano a quali rischi andavano incontro. Un altro acceso dibattito riguardava la contrapposizione tra barbarie e civiltà, con Howard strenuo difensore della prima e Lovecraft, inorridito, che esaltava le conquiste dell’uomo civile. Volendo, Howard, rappresentava un’emotività più anarchica e sbrigliata, Lovecraft faceva di tutto per contenerla in un preciso schematismo intellettuale.
L’amicizia fra i due andò progressivamente aumentando (Lovecraft gli affibbiò affettuosamente il nomignolo Two-Gun Bob, secondo l’usanza dell’Ovest americano in cui i pistoleri avevano soprannomi del genere legati alle loro armi e alle loro abitudini), e quando Howard si suicidò nel 1936 – meno di un anno prima della morte di HPL – quest’ultimo scrisse un commovente ritratto dell’amico, collocandolo fra i migliori autori fantastici del periodo e contrapponendolo agli scrittori commerciali di Weird Tales.
Nel volume Lettere dall’Altrove edito da Mondadori, gli interessati potranno trovare alcune lettere di HPL scritte ad REH oltre ad altre missive in cui Lovecraft, scrivendo ad altri suoi amici e colleghi, elogia il talento e la grande cultura dell’amico e collega texano.
Per completare questo invito a tutti gli appassionati del Fantastico a conoscere meglio questo eccelso scrittore, riportiamo la commemorazione scritta da HPL su citata ed un ricordo scritto da E.H. Price, che a differenza di molti altri altri corrispondenti di REH (Lovecraft compreso), ebbe occasione di conoscerlo di persona.

IN MEMORIA DI ROBERT ERVIN HOWARD di H.P. Lovecraft
La morte improvvisa e inaspettata, avvenuta l’11 giugno (1936), di Robert Ervin Howard, autore di racconti fantastici d’ incomparabile vividezza, è la perdita più grave che abbia colpito la narrativa del bizzarro dopo la morte di Henry S. Whitehead, quattro anni orsono.
Howard era nato a Peaster, Texas, il 22 Gennaio 1906, ed ebbe quindi la possibilità di assistere all’ultima fase dell’avventura pionieristica nel sudovest: la colonizzazione delle grandi pianure e della basse valle del Rio Grande, l’ascesa spettacolare dell’industria petrolifera con le sue rauche città del boom. Suo padre che gli sopravvive, fu uno dei medici pionieri di quella zona. La famiglia è vissuta nel Texas del sud, dell’est e dell’ovest, e nell’Oklahoma occidentale; negli ultimi anni si era stabilita a Cross Plains, presso Brownwood, Texas. Immerso nell’atmosfera della frontiera, Howard cominciò prestissimo ad ammirarne le virili tradizioni omeriche. Aveva una conoscenza profonda della sua storia e delle sue tradizioni popolari, e le descrizioni e le reminiscenze contenute nella sua corrispondenza personale illustrano l’eloquenza e la potenza con cui le avrebbe celebrate in letteratura se fosse vissuto più a lungo. La famiglia di Howard appartiene a un illustre ceppo di piantatori del Sud: discendenza scoto-irlandese, con molti antenati stabilitisi nella Georgia e nel North Carolina già nel secolo XVIII.
Howard, che cominciò a scrivere a quindici anni, piazzò il suo primo racconto tre anni dopo, quando studiava all’Howard Payne College di Brownwood. Il racconto, Spear and Fang, fu pubblicato su Weird Tales nel Luglio 1925. Una fama più vasta gli guadagnò la pubblicazione del romanzo breve Wolfshead, sulla stessa rivista, nell’Aprile 1926. Nell’agosto 1928 cominciò la serie di racconti che hanno per protagonista Solomon Kane, un puritano inglese, formidabile duellista e riparatore di torti, le cui avventure lo portavano nelle parti più remote del mondo, perfino tra le rovine infestate da fantasmi di città sconosciute e primordiali della giungla africana. Con tali racconti, Howard scoprì quello che sarebbe stato uno dei suoi filoni più efficaci: la descrizione di colossali città megalitiche appartenenti a un mondo antichissimo, nelle cui torri buie e nei cui labirinti sotterranei aleggia un’atmosfera di terrori preumani e di negromanzia che nessun altro scrittore sa eguagliare. Questi racconti segnarono anche lo sviluppo dello slancio e della rappresentazione di quei conflitti sanguinosi che poi divennero così tipici della sua opera. Solomon Kane, come molti altri protagonisti di questo autore, era stato ideato durante l’infanzia, molto tempo prima di apparire in racconto.
Studioso attento delle antichità celtiche e di altre fasi della storia più remota, Howard cominciò nel 1929, con The Shadow Kingdom ( apparso su Weird Tales del mese di Agosto), quella serie di racconti del mondo preistorico che lo resero tanto famoso. I primi esempi descrivevano un’epoca lontanissima della storia dell’uomo… quando l’Atlantide, la Lemuria e Mu non erano ancora sprofondate tra le onde, quando sulla scena primordiale aleggiavano le ombre di uomini-rettili preumani. Il protagonista era re Kull di Valusia. Su Weird Tales del dicembre 1932 apparve The Phoenix on the Sword, primo dei racconti incentrati su re Conan, il Cimmero, che presentava un mondo preistorico successivo, un mondo di circa 15.000 anni or sono, prima degli albori della storia documentata. L’ampiezza e la coerenza con cui Howard sviluppò il mondo di Conan nei racconti successivi sono ben note a tutti gli appassionati lettori del genere fantastico. Per orientarsi meglio, Howard aveva preparato un quadro semistorico dettagliato, ricco di ingegnosità infinita e di fertile immaginazione.
Nel frattempo aveva scritto molti racconti sugli antichi pitti e celti, compresa una notevole serie incentrata sulla figura del capotribù Bran Mak Morn. Pochi lettori avranno dimenticato la potenza tremenda e ossessiva del macabro capolavoro Worms of the Earth, apparso su weird tales nel dicembre 1932. Altre poderose fantasie non appartengono alle varie serie: queste ultime includono il romanzo breve Skull Face e alcuni racconti caratteristici di ambientazione moderna, come Black Canaan, con il suo autentico sfondo regionale e il quadro avvincente e sconvolgente dell’orrore che si aggira nelle muscose paludi del basso sud americano, popolate da serpenti e da ombre.
Fuori dal campo della fantasia, Howard era sorprendentemente prolifico e versatile. Il suo vivo interesse per lo sport – forse legato al suo amore per la forza e i conflitti primitivi – lo spinse a creare il pugile Sailor Steven Costigan, le cui avventure in terre lontane e bizzarre deliziarono i lettori di molte riviste. I suoi romanzi brevi sulle guerre orientali mostravano nel modo migliore la sua padronanza del genere avventuroso romantico, mentre i suoi racconti sempre più frequenti del genere western, come la serie Breckinridge Elkins, dimostravano la sua crescente abilità e la sua tendenza a rispecchiare l’ambiente che conosceva per esperienza diretta.
La poesia di Howard – del genere bizzarro, guerresco, avventuroso – non era meno notevole della sua prosa. Possedeva l’autentico spirito della ballata e dell’epica, ed era caratterizzata da un ritmo pulsante e da un’immaginazione potente, estremamente caratteristica. In molti casi, presentate come citazioni di antichi scritti, queste poesie servivano come epigrafi dei capitoli dei suoi romanzi. Purtroppo non ne venne mai pubblicata una raccolta completa, e ci auguriamo che ciò avvenga presto.
I personaggi e le realizzazioni di Howard erano eccezionali. Howard era soprattutto innamorato del semplice mondo dei tempi dei barbari e dei pionieri, quando il coraggio e la forza tenevano il posto poi usurpato dalla sottigliezza e dallo stratagemma, quando una razza intrepida e dura si batteva senza chiedere tregua alla natura ostile.
Tutte le sue vicende riflettono questa filosofia, e ne traggono una vitalità che si trova in pochissimi dei suoi contemporanei. Nessuno saprebbe esprimere la violenza sanguinosa meglio di lui, e le sue battaglie rivelano un’attitudine istintiva per le tattiche militari che l’avrebbero reso illustre in tempo di guerra Le sue doti autentiche erano più elevate di quanto immaginino i lettori delle sue opere pubblicate; e se fosse vissuto, avrebbe contribuito a lasciare un segno nella letteratura del mainstream con qualche epica popolare del suo amato sudovest.
E’ difficile spiegare con esattezza cos’è che da tanto spicco alle sue opere: ma il vero segreto sta nel fatto che le sue opere: ma il vero segreto sta nel fatto che Howard s’immedesimava in ognuna, apertamente commerciale oppure no. Howard era più grande di tutte le tendenze redditizie che adottava, perché anche quando apparentemente faceva concessioni ai direttori delle riviste, guidati dall’esigenza di cassetta, e ai critici commerciali, possedeva una forza interiore e una sincerità che prorompevano comunque e davano l’impronta della sua personalità a tutto ciò che scriveva. Molto di rado ( ammesso che questo avvenisse) presentava un personaggio o una situazione tradizionali e senza vita, lasciandoli tali. Prima della fine il personaggio o la situazione assumevano vitalità e realtà nonostante la politica editoriale delle riviste popolari: Howard attingeva sempre alla propria esperienza e alla propria conoscenza della vita anziché allo sterile erbario del repertorio inaridito delle riviste pulp. Non soltanto eccelleva nelle descrizioni delle battaglie e dei massacri, ma era pressoché unico nella capacità di creare emozioni autentiche di paura spettrale e di tensione angosciosa. Nessun autore, anche nel campo più umile, può eccellere veramente se non prende sul serio il proprio lavoro; e Howard lo faceva perfino nei casi in cui, consciamente era convinto del contrario. Il fatto che un artista così autentico sia perito, quando centinaia di ciarlatani insinceri continuano a sfornare spettri e vampiri spuri e astronavi e investigatori dell’occulto altrettanto fasulli, è
veramente un doloroso esempio d’ironia cosmica.
Howard, che conosceva benissimo molti aspetti della vita del sudovest americano, viveva con i genitori in un ambiente semirurale nel paesino di Cross Plains, Texas.
Scrivere era la sua unica professione. I suoi gusti di lettore includevano approfondite ricerche storiche in campi diversissimi, come il sudovest americano, la Gran Bretagna e l’Irlanda preistoriche e il mondo preistorico orientale e africano. In letteratura preferiva il virile al sottile, e ripudiava il modernismo con energica intransigenza. Uno dei suoi idoli era Jack London. In politica era un liberale, e odiava l’ingiustizia civica in ogni sua forma. I suoi svaghi principali erano lo sport e i viaggi: questi ultimi davano sempre origine a deliziose lettere descrittive, ricche di riflessioni storiche. L’umorismo non era una sua specialità, sebbene possedesse da una parte un acuto senso dell’ironia e dall’altra una profonda cordialità e giovialità. Benché avesse numerosi amici, non apparteneva a nessuna conventicola letteraria e aborriva il culot della consorteria artistica. Ammirava più la forza fisica e del carattere che l’erudizione. Con gli altri autori del campo fantastico si teneva in corrispondenza, ma ne conobbe di persona soltanto uno solo, il dotato E. Hoffmann Price, che l’aveva profondamente colpito.
Howard era alto poco meno di un metro e ottantacinque, e aveva la taglia massiccia di un pugile nato. Aveva gli occhi azzurri da celtico, ma era molto bruno di carnagione e di capelli; negli ultimi anni pesava circa ottantasette chili. Sempre appassionato della vita strenua e coraggiosa, ricordava molto il suo personaggio più famoso: Conan il Cimmero, l’intrepido guerriero, avventuriero e conquistatore di troni. La sua perdita a soli trent’anni è una grande tragedia, un colpo da cui la narrativa fantastica non si riprenderà molto presto. La biblioteca di Howard è stata donata all’Howard Payne College, dove costituirà il nucleo della raccolta di libri, manoscritti e lettere intitolata a Robert E. Howard.

RICORDO DI R.E. HOWARD Di E. Hoffmann Price
Diciotto anni fa presi un numero di Weird Tales elessi il terzo o forse il quarto di una serie di racconti legati tra loro, che con lo stile energico e la ricchezza fantastica mi avevano molto colpito fin dall’inizio; e scrissi al direttore della rivista per elogiare il creatore di Brule il Lanciere e Solomon Kane.
Nel numero successivo venne pubblicata una lettera di Solomon Kane, che elogiava alcuni dei miei racconti bizzarri. Le nostre lettere dovevano essere arrivate a pochi giorni di distanza l’una dall’altra, e la loro pubblicazione nella rubrica Eyrie portò a un sodalizio di reciproca stima. Dovettero però trascorrere molti anni prima che incontrassi di persona Robert Ervin Howard a casa sua, a Cross Plains, nel Texas.
Era stato Howard a telegrafarmi, nel 1932, che H.P. Lovecraft si trovava per qualche giorno a New Orleans; mi pregava di presentare all’uomo venuto dal Rhode Island i suoi saluti dal Texas. Feci quel che mi chiedeva, e questa è una storia a sé. Senza dubbio, io e H.P. Lovecraft ci saremmo trovati benissimo anche senza questa presentazione telegrafica, ma il fatto che fossimo entrambi in rapporti epistolari con Howard servì a rompere il ghiaccio. E questo dice molte cose sulla personalità di Howard: era espressa in modo così vivo nelle sue lunghe lettere che io e H.P.
Lovecraft definimmo un grande incontro anziché una visita di cortesia. Come due ex militari che rivivono una guerra, parlammo di Howard, citando i suoi detti e le sue bizzarrie.
Era passato un mese da quando avevo perso il posto di sovrintendente in una fabbrica di acetilene. Dopo aver passato un giorno a passare le consegne al mio successore, decisi di diventare scrittore professionista. La mia cassetta della posta, sebbene non contenesse assegni, era piena zeppa di rallegramenti da parte degli autori professionisti che da tempo mi conoscevano come dilettante. Furono le cordiali lettere di Robert Ervin Howard a offrirmi l’incoraggiamento più fermo. Credeva in me, e le sue parole conferivano alla sua convinzione una potenza paragonabile a quella di una pacca sulle spalle, impartita con una di quelle sue grosse mani robuste. Erano lettere briose, vivaci, ariose, del tipo che alimenta la fiducia in se stessi. Esprimevano la sua certezza che l’avrei spuntata.
Già da diversi anni, Howard era uno degli autori più popolari della scuderia di Weird Tales: un professionista del pieno significato della parola. Ricordo che aveva incominciato quand’era ancora studente, e aveva avuto un tale successo fin dall’inizio che a differenza della maggioranza degli scrittori non aveva mai dovuto perder tempo in un impiego dipendente. Fin dall’inizio i suoi scritti erano un affare redditizio.
Nel 1934 partii da Pawhusak, Oklahoma, in macchina; e di notte, perché le mie targhe del 1933 fossero meno cospicue: la mia attività di scrittore, integrata dal lavoro in un’officina di riparazioni automobilistiche, non mi rendeva abbastanza da consentirmi di pagare la tassa di circolazione di quell’anno! E 870 chilometri coperti con una Ford modello A non erano più consolanti della mia attività professionale.
C’erano percorsi più brevi per arrivare in California; ma quello era l’unico che passasse davanti alla casa di Howard, e perciò lo prescelsi.
L’incontro è ancora impresso chiaramente nella mia memoria: quell’uomo alto, massiccio, torreggiante, con il volto rude e abbronzato, le mani grandi e cordiali, e una voce sorprendentemente sommessa e tranquilla anziché il muggito taurino che ci si poteva aspettare dal creatore di Conan e di altri tremendi guerrieri.
Il suo eloquio presentava due caratteristiche: pronunciava sempre la “w” in “sword”, molto chiaramente; e “wound” (ferita), che Conan infliggeva con tanta prodigalità, era pronunciata in modo da far rima con “sound”. Forse un’occhiata alla genealogia degli Howard o degli Ervin potrebbe spiegare questa pronuncia arcaica. Forse l’aveva presa da qualche vicino o parente. A quanto potei notare, i suoi genitori non avevano simili eccentricità di pronuncia. È possibile che Robert ostentasse volutamente una pronuncia elisabettiana.
Nei giorni seguenti ebbi il mio daffare nel tentativo di combinare le due immagini: quella dell’uomo in carne e ossa e quella dell’uomo che giganteggiava nelle sue emozionanti vicende. la sintesi non mi riuscì mai. Robert Howard era ricco delle bizzarrie e della poesia che echeggiavano nelle sue lettere e sfolgoravano in gran parte della sua narrativa pubblicata; ma, come avviene di solito negli scrittori, il suo aspetto lo smentiva. Il suo volto era fanciullesco, non ancora squadrato; gli occhi azzurri un pò sporgenti, avevano una franchezza che non lasciava trasparire nulla del suo spirito acuto e dell’agile fantasia. Quella prima immagine persiste tuttora: un individuo poderoso, saldo, dal volto rotondo, mite e un po’ stolido. Qualche volta avevo l’impressione che l’autore avrebbe dovuto essere il dottor Howard
anziché suo figlio. Voglio dire: il padre aveva il phisique du role. Non ricordo di aver mai conosciuto un altro uomo che avesse occhi azzurri così intensi e penetranti: un azzurro limpido, di ghiaccio, vibrante di espressione, che assecondava la sua voce e i suoi gesti. I capelli erano candidi, le sopracciglia folte. Il volto aveva linee forti. Il suo aspetto e il suo modo di parlare, talvolta, sembravano un’espressione esteriore di quel “qualcosa” d’inesprimibile che faceva di suo figlio uno scrittore.
Non ricorso per quale ragione, ma la sera del mio arrivo Robert non era in casa. Avevo impiegato un giorno a preparare la partenza da Pawhuska e avevo viaggiato tutta la notte e gran parte della mattinata; e quella sera io e il dottor Howard eravamo nel suo studio a chiacchierare. No non a chiacchierare. Io rimasi lì a d ascoltare e a rispondergli, fino a notte inoltrata, tenuto sveglio soprattutto dalla forza pura del magnetismo di quell’uomo.
Il dottor Howard mostrava un profondo interesse per la letteratura e gli scrittori; e poiché non erano molti i visitatori che si spingevano fin nel cuore del Texas, ebbi il mio daffare a esporre i miei giudizi su Seabury Quinn, Edmond Hamilton, Jack Williamson, Otis Kline, H. P. Lovecraft, e naturalmente Fansworth Wright, il primo direttore di rivista che aveva acquistato un racconto di Robert Ervin Howard.
Il dottor Howard era dell’idea che gli editori di Weird Tales non pagassero abbastanza ne con sufficiente sollecitudine, e che Robert, per puro sentimentalismo, dedicasse a quella casa editrice troppo tempo invece di sfruttare la crescente richiesta di grottesche vicende western e di avventure “normali”. Sebbene padre e figlio fossero dotati di viva immaginazione e avessero occhi capaci di guardare in quelle che Lord Dunsany chiama “le terre delle meraviglie”, il dottor Howard era un realista.
Sebbene ci fosse di mezzo l’orgoglio paterno, restava il fatto che le sue affermazioni erano basate sulla più franca logica texana.
La madre di Robert era una tranquilla signora, la cui accoglienza mi diede l’impressione di essere inaspettatamente arrivato a casa dopo un lungo viaggio. Non avevo l’impressione di essere un ospite. Nella nostra corrispondenza, io e Robert, abbandonandoci al nostro capriccio, attribuivamo molta importanza alla preferenza dei nomadi per il latte acido rispetto al latte dolce. La signora Howard non trascurava mai di mettere in tavola un bricco di latte ricchissimo di panna.
Un epitaffio grottesco: la signora Howard non dimenticava mai il latte con panna.
Tuttavia erano proprio queste premurose attenzioni che mi facevano sentire tanto a casa mia.
Scena e sfondo: la zona degli “alberi-palo” nel Texas centrale, con i campi petroliferi intorno a Cross Plains e le cittadine petrolifere di Ranger e Rising Star a poche miglia di distanza; le sparse abitazioni di Cross Plains, il cottage alla periferia del paesino, il prato dove Delhi, la muccherella, pascolava tra una mungitura e l’altra.
Brownwood era la “grande città”: Robert vi aveva frequentato le medie superiori. Dire che il Texas è uno stato immenso è lapalissiano. Tuttavia, la parola acquista un significato preciso per chiunque sia arrivato in macchina da un altro stato e si sia spinto fino a Cross Plains. La geografia manteneva Robert Howard in un isolamento che difficilmente i suoi colleghi scrittori sono in grado di capire. Sebbene lanciasse la sua Chevrolet per centinaia di miglia in tutte le direzioni, durante le sue assenze da casa, gli era difficile – se non impossibile -fraternizzare con i suoi simili. Non doveva nulla alla guida o all’incoraggiamento di autori veterani: non li aveva mai conosciuti.
La fascia degli alberi-palo, cosi chiamati perché in quella zona crescono stenti, non ha le tradizioni di Boston o di Providence. Uno scrittore, scoprii, vi viene considerato un eccentrico innocuo. Il fatto che Robert avesse guadagnato somme considerevoli fin dall’inizio serviva solo a renderlo più appariscente.
Robert doveva essersi sempre sentito, lo volesse o no, qualcuno e qualcosa di diverso dal texano tipico. La cosa risulto evidente un’ora dopo il mio arrivo. Mi stava accompagnando dal barbiere, dove mi sarei fatto tagliare i capelli per la prima volta dopo parecchie settimane. Disse all’improvviso: “Ed, sano maledettamente orgoglioso che tu sia venuto a trovarmi.” Diretto. Franco. Una semplicità infantile.
Era ciò che pensava, e lo disse. La sua sincerità mi commosse. Mi sentii impacciato, perché non mi veniva in mente niente di adatto da replicare. Mi confusi e dissi: “Diavolo, Bob, non vedo proprio di cosa tu debba essere orgoglioso”.
Lui rispose: “Ecco. Nessuno pensa che io conti molto, e sono così fiero di mostrare a questa gente che uno scrittore di successo mi stima tanto da fare una deviazione di mille miglia per venirmi a trovare.”
Come ho già osservato, Robert E. Howard era un uomo che parlava con molta franchezza. Ho citato le sue parole alla lettera. Mentre mi facevo tagliare i capelli, mi chiedevo cosa poteva spingerlo a considerarmi uno scrittore di successo! Ce la facevo appena appena a pagarmi da mangiare. Forse era la sua ostinazione tutta texana: mi aveva predetto il successo, e indipendentemente dalla realtà, per lui era cosa fatta.
Non so fino a che punto sottovalutasse la sua posizione a Cross Plains. So comunque che il giorno della sua morte il giornale locale pubblicò, riprendendolo da una rivista, uno dei suoi ultimi racconti. Tra quel testo di 6000 parole e il necrologio, gli veniva accordato più spazio di quanto ne abbia mai ottenuto, prima o dopo, qualunque altro cittadino di Cross Plains. Tuttavia, finché lui era in vita, in paese tutti ritenevano un vera peccato che il figlio di un uomo stimato come il dottor I.M. Howard perdesse tempo a scrivere per le riviste.
Il giorno seguente ebbi un’altra dimostrazione della profonda convinzione di Howard di essere diverso dai suoi simili e quindi inaccettabile. Io stavo lavorando su un racconto ambientato tra giacimenti petroliferi, cui volevo aggiungere altri dettagli; perciò Howard si offri di condurmi a una concessione a circa un miglio da casa sua, uno di quei giacimenti a poca profondità dove le tecniche di perforazione erano diverse da quelle usate nei giacimenti dell’Oklahoma.
Conobbi l’ingegnere, un solido olandese della Pennsylvania, che rispose con cordialità a tutte le mie domande e aggiunse spontaneamente molte altre informazioni. Fui  molto soddisfatto dell’accoglienza, ma mentre tornavamo a casa Howard interruppe all’improvviso un lungo momento di silenzio chiedendomi: “Sei sicuro che ti abbia detto tutto quello che volevi sapere? Non e stato reticente, non ha tagliato corto?”.
E senza lasciarmi la possibilità di rispondergli che ero stato subissato di dati, prosegui: “Tornerò indietro a fargli una scenata: quei bastardi non possono permettersi di snobbare i miei amici!
Tra uno scatto e I’altro parlava tranquillamente, in modo convenzionale, con cortesia e disinvoltura: sia che facesse o accettasse un complimento, sapeva sempre cosa dire e come dirlo.
Il suo modo di parlare era tipicamente texano, e sapeva bene come servirsene: era pepato, vulcanico, colorito, capriccioso, e costruito con frasi di semplicità biblica. Suo padre ha la stessa espressività: quando mi scrisse per annunciarmi il suo duplice lutto, le frasi laconiche del dottor Howard avevano la potenza che deriva da un’istintiva capacita d’espressione.
Durante quella stessa passeggiata, Howard non si limito a rivelare se stesso ma sondò me, il “forestiero”. Dopo qualche momento di riflessione mi chiese: “Ed, tu hai nemici?”.
Si aspettava che la risposta fosse affermativa. Lo capivo chiaramente dal suo tono, e dai ricordi delle sue lettere, e dalla narrativa in cui si era espresso sulla regione degli alberi-palo: una terra di dure fatiche, di odii duri, di gente dura e pronta a lottare; una terra di faide che, ancora durante l’adolescenza di Robert, potevano raggiungere i culmini della classica faida Hatfield-McCoy. Risposi, dopo una pausa: “Non credo di averne”.
Mi credette semplicemente perché non mi riteneva un bugiardo: ma non riusciva a capire, e finì col cambiare argomento.
Accompagno in macchina me e mia moglie a Brownwood, dove andammo a far spese e per un giro turistico. Mi affascinava sentirgli narrare le tradizioni locali e gli aneddoti richiamati alla sua mente da ogni aspetto del panorama. Capivo sempre meglio perché i suoi racconti western erano cosi convincenti. Nonostante la loro stravaganza omerica, o forse proprio per questa, erano più veri di quanto avrebbe potuto esserlo una narrativa più sobria.
A rischio di scandalizzare coloro che vedono nella fantasy la vetta dell’arte, ritengo che a parte due o forse tre dei suoi primi racconti bizzarri i western di Howard fossero di gran longa superiori a tutte le vicende che per anni fecero di lui uno dei collaboratori più popolari di Weird Tales. Il fatto era che il materiale di Howard proveniva dalla terra e dalla gente della sua infanzia e della sua esistenza di adulto. I suoi personaggi, nonostante l’esuberanza alla Paul Bunyan, erano veri. Parlavano il linguaggio di quella terra e si muovevano in armonia con il suo spirito.
Era interessante notare che il dottor Howard e suo figlio arricchivano di tanto in tanto il loro eloquio con espressioni che avevo già letto o che avrei letto in seguito nelle avventure di eroi autocratici come Buckner J. Grimes di Knife River. Durante la mia visita lessi parecchi manoscritti, e li lesse anche mia moglie. Dicemmo: “Sono grandi. Riuscirai ad arrivare alle riviste di lusso, garantito”.Howard non ci aveva mai pensato, e non visse abbastanza da realizzare la predizione.
Nella sua narrativa bizzarra poteva basarsi solo sulla sua fantasia, sulla sua poesia, sulla sua ribellione e sulla sua protesta. Lo stesso si può dire della sue vicende avventurose convenzionali. Però nei western non aveva a disposizione soltanto lo spirito ma anche i fatti, l’ambiente, i personaggi, il materiale della sua vita.
Con la posta che mi porto la notizia della morte di Howard c’era una copia del giornale di Cross Plains che conteneva, per concessione di Street & Smith, una ristampa di A Man-Eating Jeopard, uno degli ultimi western di Robert. Lessi la lettera. Passato il trauma immediato la notizia comincio ad addolorarmi, tanto più che recentemente avevo ricevuto una lettera da lui. Non volevo leggere il necrologio. Il titolo A Man-Eating Jeopard e il primo paragrafo del racconto attirarono it mio sguardo. Mi misi a leggere. Cominciai a ridere, e, mentre leggevo, il fatto che Robert E. Howard fosse morto cessò per il momento di esistere. Era un racconto scritto in prima persona, cosicché, mentre leggevo, l’uomo era ancora vivo. Buckner J. Grimes e Robert E. Howard erano una sola persona.
Stavamo andando in macchina a Brownwood, come dicevo, ed eravamo affascinati da ciò che ci raccontava Howard. All’improvviso stacco il piede dall’acceleratore e inclino la testa, mentre la vettura rallentava. Ci stavamo avvicinando a un boschetto, sul bordo della strada. Howard allungò il braccio, frugo nella tasca della portiera della macchina, estrasse una pistola, si guardo intorno attentamente, rimise a posto I’arma e tornò ad accelerare. In tono del tutto normale, spiegò: “Ho molti nemici: qui ne hanno tutti. Non pensavo che stessimo per incontrare qualche pericolo, ma dovevo accertarmene”.
Non stava affatto cercando di prendere in giro o di sbalordire i suoi ospiti. Non aveva intenzione di allarmarci, e noi non eravamo allarmati. Appena aveva cominciato quel gesto e quelle parole, qualcosa mi aveva detto che era una scena ma anche qualcosa di più: un’espressione di quell’immaginazione, una breve visione di quel regno di prodigi in cui Howard trascorreva gran parte del suo tempo.
Nei suoi trent’anni di vita, credo che sia vissuto in due mondi: e se, come ci dicono, non solo esiste un aldilà ma vi si conserva anche l’identità, per Robert E. Howard il passaggio da questo all’altro piano dev’essere stato molto facile e naturale.
Howard non era artificioso: la sua espressione era naturale, istintiva, per nulla studiata. Non pensava alla forma e alla tecnica. Diceva che un racconto andava bene alla prima stesura, o lo buttava via; diceva che almeno meta di ciò che scriveva gli veniva rifiutato, ma che questo non la preoccupava perché bastava che scrivesse un volume di materiale doppio o triplo di quello che prevedeva di vendere e tutto andava a posto!
Non aveva pazienza per le sottigliezze. Gli piacevano i protagonisti dal braccio forte e dalla testa dura. “Sono più semplici”, diceva, “Quando li metti in difficoltà, nessuno pretende che ti stilli il cervello a inventare modi ingegnosi perché riescano a districarsi. Sono troppo stupidi per fare di più che tirarsi fuori con fendenti, colpi di pistola o bastonate”. Ammirava Sir Richard Francis Burton. “Penso che Burton sia stato uno stramaledetto bugiardo almeno per meta della sua vita”, mi disse una volta; e si affretto ad aggiungere: “Non intendo mancargli di rispetto: un uomo dev’essere un bugiardo, per raccontare una bella storia”.
Senza dubbio, anche Howard raccontava la sua parte di frottole. Una delle sue predilette doveva spiegare l’eterogeneità delle sue letture. Diceva che quando restava a corto di libri, da adolescente, sellava il cavallo, prendeva un sacco, andava nei paesi vicini, si introduceva nelle scuole con I’effrazione, e prelevava dalle biblioteche tutto ciò che trovava di leggibile.
Può darsi che l’abbia fatto davvero, o forse no. Questa, comunque, era la storia che raccontava lui.
La sua fantasia vagabondava su tutta la terra, sui deserti, sulle montagne, e tra epoche diverse; poiché era confinato nella zona degli “alberi-palo”, dove la gente lo sottovalutava, si creava un regno dove un uomo libero poteva ottenere tutto ciò che desiderava.
Quanto ai suoi nemici, almeno in maggioranza dovevano essere abitatori del suo mondo personale, che di tanto in tanto comparivano nel mondo di Cross Plains. Una volta, scrivendo a proposito della velocità delle automobili, mi disse che la sua nuova Chevrolet l’aveva sbalordito, per non parlare poi di quelli che l’avevano inseguito invano per più di 150 chilometri.
Per un certo periodo, si era convinto che qualcuno mungesse Delhi di nascosto; perciò si mise in agguato con un fucile. Più tardi ammise che aveva perduto il conto dei mesi e che, come risultò, era semplicemente ora che Delhi perdesse il latte. Tenendo conto della mia passione per il latte ricco di panna, sapeva che mi stava sempre a cuore il bene di Delhi.
In casa Howard dormii pochissimo, nonostante la sollecitudine della signora Howard. Il tempo era limitato, e non osavo sprecarne un momento. E Robert e suo padre erano conversatori resistenti, instancabili. Osservatori acuti, abituati da sempre a notare tutti i dettagli, volevano conoscere le mie osservazioni su tutto ciò che esisteva tra New Orleans, New York, Chicago e Tulsa.
Per due volte, ridotto virtualmente alla fame, avevo cercato di trovare un impiego che rendesse più dello scrivere; ogni volta era stato costretto a ripiegare sulla narrativa. Adesso stavo andando finalmente verso la costa occidentale, dopo un’assenza di quattordici anni, e il mio ritorno non sarebbe stato il trionfo che mi era ripromesso.
Ogni anno avevo procrastinato la visita, dicendo a me stesso, come dissi a Howard: “Aspetterò di aver sfondato, e poi tornerò come quel tale delle Mille e una notte, preceduto da musiche cinesi e indiane. Eccomi qui, e niente musici!”.
Howard considerò quel riepilogo. Non ricordo cosa disse. So soltanto che lasciai Cross Plains risollevato. Robert Howard sapeva che l’avrei spuntata, e io gli credevo.
Diciotto mesi dopo, stavo andando in macchina a Città del Messico. Da El Paso feci una deviazione di ottocento e passa chilometri per andare a Cross Plains a dire a Howard che la sua predizione si era avverata. Volevo dargli personalmente la notizia.
E questo è indicativo, perché da un’idea di ciò che era Robert. In un certo senso partecipava alla mia avventura, non era un semplice spettatore beneaugurante.
Città del Messico.
Un libro da scrivere.
Una corsa a casa, per la strada più diretta.
Novembre, dicembre, e poi la primavera del 1936…
Howard continuava a vendere benissimo. Era preoccupato per la salute della madre, ormai da diversi anni, ma ne parlava pochissimo.
Spesso avevo l’impressione che facesse da genitore ai genitori; mentre avrebbe potuto fare la vita da zingaro che si concedevano altri autori, la sollecitudine nei confronti de] padre e della madre lo induceva a restare sempre piuttosto vicino a casa. Quindi, sebbene mi dispiacesse apprendere della ricaduta della signora Howard, pensai che non si trattasse di una cosa gravissima. Poi, verso la fine di giugno del 1936 mi arrivo una lettera per via aerea: era di H.P. Lovecraft. Mi diceva che, in una crisi di depressione causata dalla morte di sua madre, Robert E,. Howard si era sparato, con la stessa pistola che una volta gli avevo visto impugnare per scherzo.
lo, Lovecraft e Howard avevamo fatto i piani per una scorribanda automobilistica nel Messico, un pò sul serio e un pò per scherzo, con l’intenzione di approfondire la mia esplorazione preliminare di quelle che all’epoca erano strade raffazzonate e pericolose.
Ma Lovecraft e io ci incontrammo a Cross Plains, lui per recitare un’ode composta per la circostanza e io per versare una libagione di acquavite cinese sulla tomba di Howard. A lui l’idea sarebbe piaciuta, sebbene non bevesse altro che birra e non fumasse; perché, come spiegò una volta serio serio, “Il più spregevole fetente che conosco fuma, e quindi mi rifiuto di fare altrettanto”. Poi aggiunse, con logica: “Purtroppo non sono coerente. lo respiro, e lui respira anche quel figlio d’un cane!”.
Mi sia consentito citare la lettera in cui il dottor I.M. Howard parla della personalità di suo figlio: “La madre di Robert amava la poesia, e fin da bambino lui ne sentiva recitare giorno per giorno… Lei era amante del bello. Crescendo, Robert aveva imparato a vedere la bellezza in questo territorio di querce stente… la sua agile immaginazione trasformava il panorama squallido in un paesaggio meraviglioso… spesso, dalla nostra casa di Cross Plains, contemplava le colline basse e tozze della Brown County. Parlava delle leggende che aveva sentito dai vecchi del luogo, degli indiani, delle lotte tra questi e i coloni.
“Tuttavia era molto realista. Non sfuggiva alla sua attenzione nessun particolare della vita quotidiana della gente che gli viveva intorno. In occasione delle elezioni, stava alzato fino a notte inoltrata per ascoltare alla radio i risultati. Amava moltissimo il pugilato e il football. Prima che comprasse la macchina, era capacissimo di chiedere un passaggio fino a Forth Worth o a Brownwood per andare ad assistere a un incontro.
“Robert amava gli animali. Il suo affetto per il suo cane era cosi vivo che I’ animale sembrava aver acquisito una comprensione umana, non solo nei confronti di Robert ma verso sua madre e me.
“Quando il cane, che aveva ormai dodici anni, si ammalò inguaribilmente, Robert prese la sua roba, se ne andò e disse: “Mamma, me ne vado”. Andò a Brownwood e vi restò fino a quando il cane morì, due o tre giorni dopo. Ogni mattina telefonava per chiedere se Patch era ancora vivo, e quando infine sua madre gli disse che il cane stava morendo… (Robert ritorno e) non ne parlo mai più.
“Feci seppellire Patch in una buca profonda, nel campo, e feci arare profondamente il terreno e poi lo feci ripassare con l’erpice, in modo che non restasse traccia della tomba; (Robert era) molto addolorato per la perdita del suo cane, e solo una volta accennò ancora a Patch. Un giorno chiese: “Mamma, avete sepolto Patch sotto il mesquite all’angolo est del campo?”. Lei disse “Si”, e nessuno di noi ne parlo mai più”.
Quando Patch mori, continuava il dottor Howard nella sua lettera, Robert aveva ventiquattro anni; il ragazzo e il cane erano cresciuti insieme, compagni inseparabili dal giorno in cui Robert aveva portato a casa il cucciolo con gli occhi ancora chiusi. Per una dozzina d’anni, quando la signora Howard serviva Robert, Robert serviva Patch, che sedeva accanto al suo compagno. Quel cane non aveva un padrone: aveva un amico.
Il dottor Howard scriveva ancora: “Al tempo della morte di Robert, intorno alla casa erano venuti a vivere tredici gatti randagi. Gli avevo detto che sarebbe stato meglio portarli via. Lui mi dissuase, e continuo a mungere le sue capre e a dar da mangiare ai gatti. “Era molto buono con gli animali; eppure sono sicuro che, se qualcuno l’avesse affrontato di brutto, Robert I’ avrebbe ridotto a malpartito. Dopo lunghi allenamenti con il sacco, il sollevamento pesi, le molle, quando gli chiesi perché lo faceva, mi rispose: “Papa, quando andavo a scuola ho dovuto sopportarne di ogni colore perché ero solo e nessuno si schierava dalla mia parte; cosi intendo rafforzarmi: e se qualcuno mi darà fastidio, a mani nude riuscirò a farlo a pezzi, a piegarlo in due e a spaccargli la schiena”.
Quando conobbi personalmente R.E. Howard, nel 1934, aveva I’aria di essere perfettamente in grado di farlo, se si fosse trovato alle prese con un individuo di taglia normale; e mi aveva chiesto se avevo nemici perché si trattava di un riflesso dei giorni di solitudine a scuola, quando lui, un ragazzo cosi sensibile, veniva maltrattato perché aveva un temperamento cosi diverso dai suoi coetanei. Robert era cresciuto tra le storie delle vecchie faide, che nella fascia degli “alberi-palo” erano continuate anche nei tempi della sua infanzia; quei ricordi e la solitudine a scuola, la convinzione che i compaesani lo considerassero un perdigiorno che sprecava il tempo scrivendo… Ora si capisce bene perché pensava che avere nemici fosse una cosa normalissima, e perché era fiero che “uno scrittore di successo”, come diceva lui, avesse fatto una deviazione di ottocento chilometri per andarlo a trovare.
Abbiamo cosi una motivazione della cupezza di Conan, dell’austerità di Solomon Kane, e dell’epica di Valusia; abbiamo l’ispirazione per le omeriche goffaggini e la mano pesante di Buckner Jeopardy Grimes di Knife River, Texas. Nella sua narrativa, Howard ricostruiva la sua adolescenza, e la correggeva un pò. E nella convinzione che gli uomini di Cross Plains lo sottovalutassero (sebbene ogni anno guadagnasse in media, scrivendo, più di un cittadino benestante della regione), si era costruito una corazza di autoironia e di parodia, ideando i suoi western umoristici.
Prima di conoscerlo personalmente, non sospettavo cosa ci fosse alla base delle vicende che narrava; e sebbene i pochi giorni trascorsi in sua compagnia mi fornissero qualche indizio, non ebbi l’acume necessario per dedurre la portata e la natura dei dettagli poi forniti dal dottor Howard.
Aveva lasciato Cross Plains per non assistere alle ultime ore di Patch, suo amico da dodici anni: un presagio della sua partenza definitiva, per non affrontare la tragedia della vita senza sua madre. Era la vita di Robert, e lui aveva assorbito la filosofia classica che riconosceva a ogni uomo il diritto di scegliere il momento e il modo di andarsene, e dal punto di vista morale non sta a me criticare; ma quando penso al dottor Howard, ormai settantaquattrenne, con la vista debole, che in questi ultimi otto anni si e ritrovato solo in una casa e in un mondo che la moglie e il figlio hanno lasciato in un unico giorno, non posso fare a meno di commentare: “Vorrei che Robert avesse avuto il coraggio di suo padre”.
Il dottor Howard, sebbene abbia confidato i suoi sentimenti a me, considerandomi uno dei migliori amici e più sinceri ammiratori di suo figlio, ha conservato un coraggio cosi grande che devo rendergli questo omaggio: io e mia moglie non abbiamo mai provato compassione per lui. Spinoza diceva che la pietà comporta il guardarne l’oggetto dall’alto in basso. Non avevo mai veramente capito il significato di queste parole prima di pensare al dottor Howard, il cui coraggio e la cui fermezza ci inducono ad ammirarlo. Continua a vivere senza lagnarsi ne autocommiserarsi; e considerarlo allo stesso modo in cui si possono guardare altri che hanno subito perdite meno sconvolgenti sarebbe mancargli di rispetto.
Lo ripeto: molte volte mi sono augurato che Robert avesse avuto il coraggio e la forza di suo padre.
Ora debbo rileggere A Man-Eating Jeopard. Leggerlo e carne sentir parlare Robert E. Howard. Il guaio e che non posso rispondergli, non posso dirgli che poche settimane dopo la sua morte vendetti il mio primo racconto d’avventure, e proprio a una delle riviste di cui era stato uno dei principali collaboratori, e che circa un mese dopo cominciai una serie di western ispirati ai suoi. Non sono imitazioni, pur seguendo il suo modello, e il protagonista, Simon Bolivar Grimes, e la mia versione di Buckner Jeopardy Grimes di Knife River, Texas, che era Robert E. Howard parodiato da lui stesso.
Per un capriccio della sorte, questa serie di parodie western dimostra un’insolita vitalità. ln nove anni ho venduto i trenta racconti della serie senza incontrare mai un rifiuto. E poiché nessuna imitazione potrebbe essere cosi duratura, lascio a voi il compito di trarre le conclusioni sul fascino di questo personaggio letterario.

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