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Quel vampiro di Lovecraft

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Un breve racconto di Robert Bloch

Non so perché l’ho fatto. Giuro che non lo so. Forse ero pazzo. Ogni volta che mi rado mi viene la bava alla bocca.

Si, voglio ammetterlo. Sono pazzo. Tutti sono pazzi qui, in questo manicomio. Perfino gli scarafaggi sono persone importanti.

Se solo l’avessi saputo! Ma come potevo saperlo? “Siete cordialmente invitato a cena da H. P. Lovecraft”, diceva il biglietto d’invito. E io, come un folle, ho accettato.

Quella notte era buio, mentre camminavo per le strade di Arkham. Le nuvole coprivano i corni di una falce di luna calante. Il vento fischiava attraverso gli alberi producendo un canto demoniaco. Mi atterrivano i vecchi edifici che si innalzavano come silenziose sentinelle nelle strade tortuose.

Avevo sentito parlare di Streghe. Streghe! Cosa significava?

Qualcuno mi stava seguendo… Era una piccola figura ricurva con una scopa. Streghe! Quella era forse una Strega? La scopa…

Mi fermai, e lasciai che la figura mi superasse, poi sospirai di sollievo. La figura con la scopa non era una Strega, ma solo uno spazzino.

In un certo qual modo rassicurato, proseguii allungando il passo. La casa di Lovecraft sorgeva su Leprous Street. II suo aspetto non mi piacque, nè mi piacquero le lapidi nel parco. E non credo che la sua idea di usare un cadavere come zerbino fosse molto divertente. Ma suonai lo stesso il campanello e aspettai.

Mi chiedevo che aspetto avrebbe avuto il mio ospite. Non lo avevo mai incontrato prima, sebbene avessi sentito delle chiacchiere sul suo conto. Voci maligne, inquietanti. Alcune dicevano che era un Vampiro alto quasi tre metri.

Un Vampiro? Mi sembrava pazzesco. Altri parlavano di lui come di un lupo mannaro vestito da agnello. Altri ancora sostenevano che H. P. Lovecraft fosse un corpo fatto di un solo trance con otto teste, che somigliava a una piovra.

La porta si aprì.

“Entrate”, disse una voce.

II proprietario stava nell’ombra.

Entrai.

Mentre mi giravo per guardare in faccia il mio ospite, la porta si richiuse.

H. P. Lovecraft era un vecchietto molto piccolo con una lunga barba bianca. In realtà, tutto ciò che riuscivo a vedere era la barba, e fu quella a farmi arguire che fosse vecchio. E, dal momento che la barba non era molto lunga pur coprendolo completamente, lo giudicai di bassa statura.

Era uno spettacolo maestoso, quella barba. Avevate mai sentito parlare di barbe cosi lunghe da permettere ai proprietari di andarsene in giro senza cravatta? Bene, ci si può fare un’idea della lunghezza di quella barba sapendo che Lovecraft non aveva neanche bisogno di portare i pantaloni. Rimasi a fissarla per alcuni secondi.

“Ma che bella barba rigogliosa”, osservai alla fine.

“Cresce ancora? Povero me!”, disse il signor Lovecraft. “Dovrò intrecciarla.”

“Intendete dire tagliarla, non è vero?”, gli chiesi.

“Intendo dire quello che ho detto”, ringhiò la voce da sotto la barba. “Non posso tagliarla. Da bambino promisi a mia madre che non avrei mai tagliato questa barba.”

“Non mi vorrete far credere che siete nato con questa irsuta appendice?”

Ero rimasto a bocca aperta.

“Sì”, disse il signor Lovecraft. “E’ il mio grande segreto. Sono nato con questa barba. Per settant’anni non ho mai vista la mia faccia. Ho vissuto qui, nella mia barba, tutto da solo, ci ho mangiato, ci ho dormito, ci ho rimuginato.”

“Incredibile!”, esclamai. (In realtà, era rimasto di nuovo a bocca aperta; ma non posso usare la stesso verbo due volte di seguito, non e vero?)

“Be’”, disse il signor Lovecraft, “potete crederci o no, perché non è vera, ma ho paura di tagliarmi la barba. Vedete, non mi sono mai guardato, e ultimamente ho avuto molta paura.”

“Paura?”, ripetei.

“Sì. Vedete: non mi sono mai guardato, e questo pensiero recentemente mi ha sconvolto. Supponete che io mi tagli la barba senza trovare niente sotto…”

“Sembra un buon copione per una storia”, riflettei.

Una storia da far arricciare i peli”, convenne.

Entrambi ridemmo.

“Dovete aver fame”, disse. “Andiamo a mangiare.”

“Dove si va per la sala da pranzo?”, chiesi.

Semplicemente dritti a Nord”, mi rispose facendo strada.

Ma come faccio a sapere in quale direzione si trova il Nord?”

Guardate la mia barba: c’e del muschio sulla parte a Nord”, spiegò.

Scendemmo per il corridoio. La vista di quella barba che mi si alzava e abbassava davanti, tutta bianca nell’oscurità, era molto snervante. Di conseguenza affrettai il passo, e quasi inciampai in uno scheletro sogghignante nel tentativo di non guardare quella barba.

In poche parole, andai di barba in peggio.

Fissai lo scheletro con occhi terrorizzati.

E questo cos’è?”. gridai.

“Non si preoccupi”, disse il signor Lovecraft. “E’ soltanto una cosuccia avanzata dal pranzo.”

Dovrebbe tenere dei ripostigli, per queste cose” mugugnai.

Entrammo nella stanza da pranzo. Era un ambientino singolare costruito con l’architettura di una cripta delle catacombe. C’erano varie graziose piccole bare sulle quali mettersi a sedere, e un mastodontico bouquet floreale a forma di ferro di cavallo per abbellire la tavola. “Riposa in pace”, c’era scritto.

“Bell’augurio, per un pasto”, osservò Lovecraft. “Non si dovrebbe mai bisticciare o comportarsi violentemente, a tavola. Fa venire cattivo sangue.”

Ci sedemmo. Per un lungo istante ci fu silenzio. All’improvviso notai qualcosa di singolare. II tavolo era vuoto!

“Che significa?”, chiesi al mio ospite. “Non c’e niente su questo tavolo: credevo di essere stato invitato a pranzo.”

“Siete stato veramente invitato a pranzo”, disse lui, “voi siete il pranzo.”

Così dicendo, scanso la barba rivelando diverse file di lunghe e luccicanti zanne. Rimasi seduto paralizzato mentre strisciava verso di me, sempre più vicino…

H. P. Lovecraft, sghignazzando follemente, mi afferrò con i suoi artigli mostruosi e mi mangiò tutto.

Adesso vi chiedo, non era uno sporco trucco da giocare a un povero diavolo?

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