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Robert Edwin Howard

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Robert Ervin Howard (1906-1936) è, insieme a Lovecraft e C.A. Smith, il terzo “gigante” degli anni d’oro di Weird Tales. Appassionato di narrativa fantastica, storia e antichità celtiche, era dotato di una vena praticamente inesauribile di ispirazione che gli consentì di scrivere un considerevole numero di racconti in quasi tutti i generi popolari, ma sempre infondendovi le proprie ossessioni e, sopratutto, la propria originale e febbrile visione del mondo. Il suo personaggio più famoso e conosciuto è Conan il Barbaro, un avventuriero che si fa strada nella favolosa Era Iboriana collocata circa dodicimila anni fa, su uno sfondo storico-geografico quasi surreale, con cui i film interpretati da Schwarzenegger hanno ben poco a che fare.
Howard era affascinato dal problema della violenza, che è uno dei tratti fondamentali della sua narrativa. Quando Derleth e Wandrei ne pubblicarono la prima antologia di racconti (Skull Face and Others, Arkham House 1946) scrissero che una raccolta dedicata esclusivamente alle avventure di Conan avrebbe avuto le pagine intrise di sangue.
Occasione di contatto tra R.E. Howard e HPL è stata l’uso da parte di Lovecraft di una frase in gaelico nel racconto The Rats in the Wall, ma leggiamo cosa scrive in proposito HPL in una lettera a Edgar Hoffman Price il 5 Luglio 1936:

“Pur ammirandolo, fino al 1930 non gli avevo mai scritto perché non sono il tipo che ami importunare la gente. Ma quell’anno lui lesse la ristampa del mio “The Rats in the Wall” e individuò immediatamente il piccolo imbroglio contenuto nel racconto: mi serviva un esclamazione regressiva e avevo copiato una frase celtica da una nota a piè di pagina di un vecchio classico, “The Sin Eater” di Fiona MacLeod (William Sharp). Howard non sapeva quale fosse la fonte della citazione, ma aveva un occhio d’aquila per le antichità dei celti e si rese conto che c’era qualcosa che non quadrava: la frase era gaelica, non cimrica come avrebbe dovuto essere vista l’ambientazione in Inghilterra meridionale. Io non so una parola delle lingue celtiche e non avrei mai creduto che qualcuno potesse scoprire l’errore. Troppo buono per sospettarmi di appropriazione di materiale altrui (da ignorante, per giunta), Howard giunse alla conclusione che io seguissi la teoria, oggi screditata, per cui i gaeli avrebbero preceduto i cimbrici in Gran Bretagna, e scrisse una lunga ed erudita lettera sull’argomento al satrapo Farnazabus (Farnsworth Wright, direttore di Weird Tales).
Farny me la inoltrò e io non trovai pace finché non ebbi risolto la questione. Scrissi due righe a REH confessando la mia ignoranza e dicendogli che mi ero limitato a copiare una frase che avesse il giusto significato da una nota in un racconto scozzese.”

Da allora ebbe inizio una corposa corrispondenza tra i due che permise l’instaurarsi di un lungo dibattito: sui celti e le antiche popolazioni nordiche, sulle lingue parlate dai celti, sulle condizioni di vita nel Sudovest americano, sulla situazione politica, ecc. Nel dibattito politico – pur essendo entrambi radicali e piuttosto insofferenti – Howard faceva la parte del liberale attaccando le simpatie fasciste di Lovecraft. Quest’ultimo si atteggiava talora a difensore dell’ordine, o almeno della legalità, quando Howard criticava i brutali metodi polizieschi usati nell’Ovest e la persecuzione dei membri più deboli della società (ad esempio, le donne). Lovecraft sosteneva che se le donne accettavano consapevolmente di manifestare fra i radicali contro le forze dell’ordine, sapevano a quali rischi andavano incontro. Un altro acceso dibattito riguardava la contrapposizione tra barbarie e civiltà, con Howard strenuo difensore della prima e Lovecraft, inorridito, che esaltava le conquiste dell’uomo civile. Volendo, Howard, rappresentava un’emotività più anarchica e sbrigliata, Lovecraft faceva di tutto per contenerla in un preciso schematismo intellettuale.
L’amicizia fra i due andò progressivamente aumentando (Lovecraft gli affibbiò affettuosamente il nomignolo Two-Gun Bob, secondo l’usanza dell’Ovest americano in cui i pistoleri avevano soprannomi del genere legati alle loro armi e alle loro abitudini), e quando Howard si suicidò nel 1936 – meno di un anno prima della morte di HPL – quest’ultimo scrisse un commovente ritratto dell’amico, collocandolo fra i migliori autori fantastici del periodo e contrapponendolo agli scrittori commerciali di Weird Tales.
Nel volume Lettere dall’Altrove edito da Mondadori, gli interessati potranno trovare alcune lettere di HPL scritte ad REH oltre ad altre missive in cui Lovecraft, scrivendo ad altri suoi amici e colleghi, elogia il talento e la grande cultura dell’amico e collega texano.
Per completare questo invito a tutti gli appassionati del Fantastico a conoscere meglio questo eccelso scrittore, riportiamo la commemorazione scritta da HPL su citata ed un ricordo scritto da E.H. Price, che a differenza di molti altri altri corrispondenti di REH (Lovecraft compreso), ebbe occasione di conoscerlo di persona.

IN MEMORIA DI ROBERT ERVIN HOWARD di H.P. Lovecraft
La morte improvvisa e inaspettata, avvenuta l’11 giugno (1936), di Robert Ervin Howard, autore di racconti fantastici d’ incomparabile vividezza, è la perdita più grave che abbia colpito la narrativa del bizzarro dopo la morte di Henry S. Whitehead, quattro anni orsono.
Howard era nato a Peaster, Texas, il 22 Gennaio 1906, ed ebbe quindi la possibilità di assistere all’ultima fase dell’avventura pionieristica nel sudovest: la colonizzazione delle grandi pianure e della basse valle del Rio Grande, l’ascesa spettacolare dell’industria petrolifera con le sue rauche città del boom. Suo padre che gli sopravvive, fu uno dei medici pionieri di quella zona. La famiglia è vissuta nel Texas del sud, dell’est e dell’ovest, e nell’Oklahoma occidentale; negli ultimi anni si era stabilita a Cross Plains, presso Brownwood, Texas. Immerso nell’atmosfera della frontiera, Howard cominciò prestissimo ad ammirarne le virili tradizioni omeriche. Aveva una conoscenza profonda della sua storia e delle sue tradizioni popolari, e le descrizioni e le reminiscenze contenute nella sua corrispondenza personale illustrano l’eloquenza e la potenza con cui le avrebbe celebrate in letteratura se fosse vissuto più a lungo. La famiglia di Howard appartiene a un illustre ceppo di piantatori del Sud: discendenza scoto-irlandese, con molti antenati stabilitisi nella Georgia e nel North Carolina già nel secolo XVIII.
Howard, che cominciò a scrivere a quindici anni, piazzò il suo primo racconto tre anni dopo, quando studiava all’Howard Payne College di Brownwood. Il racconto, Spear and Fang, fu pubblicato su Weird Tales nel Luglio 1925. Una fama più vasta gli guadagnò la pubblicazione del romanzo breve Wolfshead, sulla stessa rivista, nell’Aprile 1926. Nell’agosto 1928 cominciò la serie di racconti che hanno per protagonista Solomon Kane, un puritano inglese, formidabile duellista e riparatore di torti, le cui avventure lo portavano nelle parti più remote del mondo, perfino tra le rovine infestate da fantasmi di città sconosciute e primordiali della giungla africana. Con tali racconti, Howard scoprì quello che sarebbe stato uno dei suoi filoni più efficaci: la descrizione di colossali città megalitiche appartenenti a un mondo antichissimo, nelle cui torri buie e nei cui labirinti sotterranei aleggia un’atmosfera di terrori preumani e di negromanzia che nessun altro scrittore sa eguagliare. Questi racconti segnarono anche lo sviluppo dello slancio e della rappresentazione di quei conflitti sanguinosi che poi divennero così tipici della sua opera. Solomon Kane, come molti altri protagonisti di questo autore, era stato ideato durante l’infanzia, molto tempo prima di apparire in racconto.
Studioso attento delle antichità celtiche e di altre fasi della storia più remota, Howard cominciò nel 1929, con The Shadow Kingdom ( apparso su Weird Tales del mese di Agosto), quella serie di racconti del mondo preistorico che lo resero tanto famoso. I primi esempi descrivevano un’epoca lontanissima della storia dell’uomo… quando l’Atlantide, la Lemuria e Mu non erano ancora sprofondate tra le onde, quando sulla scena primordiale aleggiavano le ombre di uomini-rettili preumani. Il protagonista era re Kull di Valusia. Su Weird Tales del dicembre 1932 apparve The Phoenix on the Sword, primo dei racconti incentrati su re Conan, il Cimmero, che presentava un mondo preistorico successivo, un mondo di circa 15.000 anni or sono, prima degli albori della storia documentata. L’ampiezza e la coerenza con cui Howard sviluppò il mondo di Conan nei racconti successivi sono ben note a tutti gli appassionati lettori del genere fantastico. Per orientarsi meglio, Howard aveva preparato un quadro semistorico dettagliato, ricco di ingegnosità infinita e di fertile immaginazione.
Nel frattempo aveva scritto molti racconti sugli antichi pitti e celti, compresa una notevole serie incentrata sulla figura del capotribù Bran Mak Morn. Pochi lettori avranno dimenticato la potenza tremenda e ossessiva del macabro capolavoro Worms of the Earth, apparso su weird tales nel dicembre 1932. Altre poderose fantasie non appartengono alle varie serie: queste ultime includono il romanzo breve Skull Face e alcuni racconti caratteristici di ambientazione moderna, come Black Canaan, con il suo autentico sfondo regionale e il quadro avvincente e sconvolgente dell’orrore che si aggira nelle muscose paludi del basso sud americano, popolate da serpenti e da ombre.
Fuori dal campo della fantasia, Howard era sorprendentemente prolifico e versatile. Il suo vivo interesse per lo sport – forse legato al suo amore per la forza e i conflitti primitivi – lo spinse a creare il pugile Sailor Steven Costigan, le cui avventure in terre lontane e bizzarre deliziarono i lettori di molte riviste. I suoi romanzi brevi sulle guerre orientali mostravano nel modo migliore la sua padronanza del genere avventuroso romantico, mentre i suoi racconti sempre più frequenti del genere western, come la serie Breckinridge Elkins, dimostravano la sua crescente abilità e la sua tendenza a rispecchiare l’ambiente che conosceva per esperienza diretta.
La poesia di Howard – del genere bizzarro, guerresco, avventuroso – non era meno notevole della sua prosa. Possedeva l’autentico spirito della ballata e dell’epica, ed era caratterizzata da un ritmo pulsante e da un’immaginazione potente, estremamente caratteristica. In molti casi, presentate come citazioni di antichi scritti, queste poesie servivano come epigrafi dei capitoli dei suoi romanzi. Purtroppo non ne venne mai pubblicata una raccolta completa, e ci auguriamo che ciò avvenga presto.
I personaggi e le realizzazioni di Howard erano eccezionali. Howard era soprattutto innamorato del semplice mondo dei tempi dei barbari e dei pionieri, quando il coraggio e la forza tenevano il posto poi usurpato dalla sottigliezza e dallo stratagemma, quando una razza intrepida e dura si batteva senza chiedere tregua alla natura ostile.
Tutte le sue vicende riflettono questa filosofia, e ne traggono una vitalità che si trova in pochissimi dei suoi contemporanei. Nessuno saprebbe esprimere la violenza sanguinosa meglio di lui, e le sue battaglie rivelano un’attitudine istintiva per le tattiche militari che l’avrebbero reso illustre in tempo di guerra Le sue doti autentiche erano più elevate di quanto immaginino i lettori delle sue opere pubblicate; e se fosse vissuto, avrebbe contribuito a lasciare un segno nella letteratura del mainstream con qualche epica popolare del suo amato sudovest.
E’ difficile spiegare con esattezza cos’è che da tanto spicco alle sue opere: ma il vero segreto sta nel fatto che le sue opere: ma il vero segreto sta nel fatto che Howard s’immedesimava in ognuna, apertamente commerciale oppure no. Howard era più grande di tutte le tendenze redditizie che adottava, perché anche quando apparentemente faceva concessioni ai direttori delle riviste, guidati dall’esigenza di cassetta, e ai critici commerciali, possedeva una forza interiore e una sincerità che prorompevano comunque e davano l’impronta della sua personalità a tutto ciò che scriveva. Molto di rado ( ammesso che questo avvenisse) presentava un personaggio o una situazione tradizionali e senza vita, lasciandoli tali. Prima della fine il personaggio o la situazione assumevano vitalità e realtà nonostante la politica editoriale delle riviste popolari: Howard attingeva sempre alla propria esperienza e alla propria conoscenza della vita anziché allo sterile erbario del repertorio inaridito delle riviste pulp. Non soltanto eccelleva nelle descrizioni delle battaglie e dei massacri, ma era pressoché unico nella capacità di creare emozioni autentiche di paura spettrale e di tensione angosciosa. Nessun autore, anche nel campo più umile, può eccellere veramente se non prende sul serio il proprio lavoro; e Howard lo faceva perfino nei casi in cui, consciamente era convinto del contrario. Il fatto che un artista così autentico sia perito, quando centinaia di ciarlatani insinceri continuano a sfornare spettri e vampiri spuri e astronavi e investigatori dell’occulto altrettanto fasulli, è
veramente un doloroso esempio d’ironia cosmica.
Howard, che conosceva benissimo molti aspetti della vita del sudovest americano, viveva con i genitori in un ambiente semirurale nel paesino di Cross Plains, Texas.
Scrivere era la sua unica professione. I suoi gusti di lettore includevano approfondite ricerche storiche in campi diversissimi, come il sudovest americano, la Gran Bretagna e l’Irlanda preistoriche e il mondo preistorico orientale e africano. In letteratura preferiva il virile al sottile, e ripudiava il modernismo con energica intransigenza. Uno dei suoi idoli era Jack London. In politica era un liberale, e odiava l’ingiustizia civica in ogni sua forma. I suoi svaghi principali erano lo sport e i viaggi: questi ultimi davano sempre origine a deliziose lettere descrittive, ricche di riflessioni storiche. L’umorismo non era una sua specialità, sebbene possedesse da una parte un acuto senso dell’ironia e dall’altra una profonda cordialità e giovialità. Benché avesse numerosi amici, non apparteneva a nessuna conventicola letteraria e aborriva il culot della consorteria artistica. Ammirava più la forza fisica e del carattere che l’erudizione. Con gli altri autori del campo fantastico si teneva in corrispondenza, ma ne conobbe di persona soltanto uno solo, il dotato E. Hoffmann Price, che l’aveva profondamente colpito.
Howard era alto poco meno di un metro e ottantacinque, e aveva la taglia massiccia di un pugile nato. Aveva gli occhi azzurri da celtico, ma era molto bruno di carnagione e di capelli; negli ultimi anni pesava circa ottantasette chili. Sempre appassionato della vita strenua e coraggiosa, ricordava molto il suo personaggio più famoso: Conan il Cimmero, l’intrepido guerriero, avventuriero e conquistatore di troni. La sua perdita a soli trent’anni è una grande tragedia, un colpo da cui la narrativa fantastica non si riprenderà molto presto. La biblioteca di Howard è stata donata all’Howard Payne College, dove costituirà il nucleo della raccolta di libri, manoscritti e lettere intitolata a Robert E. Howard.

RICORDO DI R.E. HOWARD Di E. Hoffmann Price
Diciotto anni fa presi un numero di Weird Tales elessi il terzo o forse il quarto di una serie di racconti legati tra loro, che con lo stile energico e la ricchezza fantastica mi avevano molto colpito fin dall’inizio; e scrissi al direttore della rivista per elogiare il creatore di Brule il Lanciere e Solomon Kane.
Nel numero successivo venne pubblicata una lettera di Solomon Kane, che elogiava alcuni dei miei racconti bizzarri. Le nostre lettere dovevano essere arrivate a pochi giorni di distanza l’una dall’altra, e la loro pubblicazione nella rubrica Eyrie portò a un sodalizio di reciproca stima. Dovettero però trascorrere molti anni prima che incontrassi di persona Robert Ervin Howard a casa sua, a Cross Plains, nel Texas.
Era stato Howard a telegrafarmi, nel 1932, che H.P. Lovecraft si trovava per qualche giorno a New Orleans; mi pregava di presentare all’uomo venuto dal Rhode Island i suoi saluti dal Texas. Feci quel che mi chiedeva, e questa è una storia a sé. Senza dubbio, io e H.P. Lovecraft ci saremmo trovati benissimo anche senza questa presentazione telegrafica, ma il fatto che fossimo entrambi in rapporti epistolari con Howard servì a rompere il ghiaccio. E questo dice molte cose sulla personalità di Howard: era espressa in modo così vivo nelle sue lunghe lettere che io e H.P.
Lovecraft definimmo un grande incontro anziché una visita di cortesia. Come due ex militari che rivivono una guerra, parlammo di Howard, citando i suoi detti e le sue bizzarrie.
Era passato un mese da quando avevo perso il posto di sovrintendente in una fabbrica di acetilene. Dopo aver passato un giorno a passare le consegne al mio successore, decisi di diventare scrittore professionista. La mia cassetta della posta, sebbene non contenesse assegni, era piena zeppa di rallegramenti da parte degli autori professionisti che da tempo mi conoscevano come dilettante. Furono le cordiali lettere di Robert Ervin Howard a offrirmi l’incoraggiamento più fermo. Credeva in me, e le sue parole conferivano alla sua convinzione una potenza paragonabile a quella di una pacca sulle spalle, impartita con una di quelle sue grosse mani robuste. Erano lettere briose, vivaci, ariose, del tipo che alimenta la fiducia in se stessi. Esprimevano la sua certezza che l’avrei spuntata.
Già da diversi anni, Howard era uno degli autori più popolari della scuderia di Weird Tales: un professionista del pieno significato della parola. Ricordo che aveva incominciato quand’era ancora studente, e aveva avuto un tale successo fin dall’inizio che a differenza della maggioranza degli scrittori non aveva mai dovuto perder tempo in un impiego dipendente. Fin dall’inizio i suoi scritti erano un affare redditizio.
Nel 1934 partii da Pawhusak, Oklahoma, in macchina; e di notte, perché le mie targhe del 1933 fossero meno cospicue: la mia attività di scrittore, integrata dal lavoro in un’officina di riparazioni automobilistiche, non mi rendeva abbastanza da consentirmi di pagare la tassa di circolazione di quell’anno! E 870 chilometri coperti con una Ford modello A non erano più consolanti della mia attività professionale.
C’erano percorsi più brevi per arrivare in California; ma quello era l’unico che passasse davanti alla casa di Howard, e perciò lo prescelsi.
L’incontro è ancora impresso chiaramente nella mia memoria: quell’uomo alto, massiccio, torreggiante, con il volto rude e abbronzato, le mani grandi e cordiali, e una voce sorprendentemente sommessa e tranquilla anziché il muggito taurino che ci si poteva aspettare dal creatore di Conan e di altri tremendi guerrieri.
Il suo eloquio presentava due caratteristiche: pronunciava sempre la “w” in “sword”, molto chiaramente; e “wound” (ferita), che Conan infliggeva con tanta prodigalità, era pronunciata in modo da far rima con “sound”. Forse un’occhiata alla genealogia degli Howard o degli Ervin potrebbe spiegare questa pronuncia arcaica. Forse l’aveva presa da qualche vicino o parente. A quanto potei notare, i suoi genitori non avevano simili eccentricità di pronuncia. È possibile che Robert ostentasse volutamente una pronuncia elisabettiana.
Nei giorni seguenti ebbi il mio daffare nel tentativo di combinare le due immagini: quella dell’uomo in carne e ossa e quella dell’uomo che giganteggiava nelle sue emozionanti vicende. la sintesi non mi riuscì mai. Robert Howard era ricco delle bizzarrie e della poesia che echeggiavano nelle sue lettere e sfolgoravano in gran parte della sua narrativa pubblicata; ma, come avviene di solito negli scrittori, il suo aspetto lo smentiva. Il suo volto era fanciullesco, non ancora squadrato; gli occhi azzurri un pò sporgenti, avevano una franchezza che non lasciava trasparire nulla del suo spirito acuto e dell’agile fantasia. Quella prima immagine persiste tuttora: un individuo poderoso, saldo, dal volto rotondo, mite e un po’ stolido. Qualche volta avevo l’impressione che l’autore avrebbe dovuto essere il dottor Howard
anziché suo figlio. Voglio dire: il padre aveva il phisique du role. Non ricordo di aver mai conosciuto un altro uomo che avesse occhi azzurri così intensi e penetranti: un azzurro limpido, di ghiaccio, vibrante di espressione, che assecondava la sua voce e i suoi gesti. I capelli erano candidi, le sopracciglia folte. Il volto aveva linee forti. Il suo aspetto e il suo modo di parlare, talvolta, sembravano un’espressione esteriore di quel “qualcosa” d’inesprimibile che faceva di suo figlio uno scrittore.
Non ricorso per quale ragione, ma la sera del mio arrivo Robert non era in casa. Avevo impiegato un giorno a preparare la partenza da Pawhuska e avevo viaggiato tutta la notte e gran parte della mattinata; e quella sera io e il dottor Howard eravamo nel suo studio a chiacchierare. No non a chiacchierare. Io rimasi lì a d ascoltare e a rispondergli, fino a notte inoltrata, tenuto sveglio soprattutto dalla forza pura del magnetismo di quell’uomo.
Il dottor Howard mostrava un profondo interesse per la letteratura e gli scrittori; e poiché non erano molti i visitatori che si spingevano fin nel cuore del Texas, ebbi il mio daffare a esporre i miei giudizi su Seabury Quinn, Edmond Hamilton, Jack Williamson, Otis Kline, H. P. Lovecraft, e naturalmente Fansworth Wright, il primo direttore di rivista che aveva acquistato un racconto di Robert Ervin Howard.
Il dottor Howard era dell’idea che gli editori di Weird Tales non pagassero abbastanza ne con sufficiente sollecitudine, e che Robert, per puro sentimentalismo, dedicasse a quella casa editrice troppo tempo invece di sfruttare la crescente richiesta di grottesche vicende western e di avventure “normali”. Sebbene padre e figlio fossero dotati di viva immaginazione e avessero occhi capaci di guardare in quelle che Lord Dunsany chiama “le terre delle meraviglie”, il dottor Howard era un realista.
Sebbene ci fosse di mezzo l’orgoglio paterno, restava il fatto che le sue affermazioni erano basate sulla più franca logica texana.
La madre di Robert era una tranquilla signora, la cui accoglienza mi diede l’impressione di essere inaspettatamente arrivato a casa dopo un lungo viaggio. Non avevo l’impressione di essere un ospite. Nella nostra corrispondenza, io e Robert, abbandonandoci al nostro capriccio, attribuivamo molta importanza alla preferenza dei nomadi per il latte acido rispetto al latte dolce. La signora Howard non trascurava mai di mettere in tavola un bricco di latte ricchissimo di panna.
Un epitaffio grottesco: la signora Howard non dimenticava mai il latte con panna.
Tuttavia erano proprio queste premurose attenzioni che mi facevano sentire tanto a casa mia.
Scena e sfondo: la zona degli “alberi-palo” nel Texas centrale, con i campi petroliferi intorno a Cross Plains e le cittadine petrolifere di Ranger e Rising Star a poche miglia di distanza; le sparse abitazioni di Cross Plains, il cottage alla periferia del paesino, il prato dove Delhi, la muccherella, pascolava tra una mungitura e l’altra.
Brownwood era la “grande città”: Robert vi aveva frequentato le medie superiori. Dire che il Texas è uno stato immenso è lapalissiano. Tuttavia, la parola acquista un significato preciso per chiunque sia arrivato in macchina da un altro stato e si sia spinto fino a Cross Plains. La geografia manteneva Robert Howard in un isolamento che difficilmente i suoi colleghi scrittori sono in grado di capire. Sebbene lanciasse la sua Chevrolet per centinaia di miglia in tutte le direzioni, durante le sue assenze da casa, gli era difficile – se non impossibile -fraternizzare con i suoi simili. Non doveva nulla alla guida o all’incoraggiamento di autori veterani: non li aveva mai conosciuti.
La fascia degli alberi-palo, cosi chiamati perché in quella zona crescono stenti, non ha le tradizioni di Boston o di Providence. Uno scrittore, scoprii, vi viene considerato un eccentrico innocuo. Il fatto che Robert avesse guadagnato somme considerevoli fin dall’inizio serviva solo a renderlo più appariscente.
Robert doveva essersi sempre sentito, lo volesse o no, qualcuno e qualcosa di diverso dal texano tipico. La cosa risulto evidente un’ora dopo il mio arrivo. Mi stava accompagnando dal barbiere, dove mi sarei fatto tagliare i capelli per la prima volta dopo parecchie settimane. Disse all’improvviso: “Ed, sano maledettamente orgoglioso che tu sia venuto a trovarmi.” Diretto. Franco. Una semplicità infantile.
Era ciò che pensava, e lo disse. La sua sincerità mi commosse. Mi sentii impacciato, perché non mi veniva in mente niente di adatto da replicare. Mi confusi e dissi: “Diavolo, Bob, non vedo proprio di cosa tu debba essere orgoglioso”.
Lui rispose: “Ecco. Nessuno pensa che io conti molto, e sono così fiero di mostrare a questa gente che uno scrittore di successo mi stima tanto da fare una deviazione di mille miglia per venirmi a trovare.”
Come ho già osservato, Robert E. Howard era un uomo che parlava con molta franchezza. Ho citato le sue parole alla lettera. Mentre mi facevo tagliare i capelli, mi chiedevo cosa poteva spingerlo a considerarmi uno scrittore di successo! Ce la facevo appena appena a pagarmi da mangiare. Forse era la sua ostinazione tutta texana: mi aveva predetto il successo, e indipendentemente dalla realtà, per lui era cosa fatta.
Non so fino a che punto sottovalutasse la sua posizione a Cross Plains. So comunque che il giorno della sua morte il giornale locale pubblicò, riprendendolo da una rivista, uno dei suoi ultimi racconti. Tra quel testo di 6000 parole e il necrologio, gli veniva accordato più spazio di quanto ne abbia mai ottenuto, prima o dopo, qualunque altro cittadino di Cross Plains. Tuttavia, finché lui era in vita, in paese tutti ritenevano un vera peccato che il figlio di un uomo stimato come il dottor I.M. Howard perdesse tempo a scrivere per le riviste.
Il giorno seguente ebbi un’altra dimostrazione della profonda convinzione di Howard di essere diverso dai suoi simili e quindi inaccettabile. Io stavo lavorando su un racconto ambientato tra giacimenti petroliferi, cui volevo aggiungere altri dettagli; perciò Howard si offri di condurmi a una concessione a circa un miglio da casa sua, uno di quei giacimenti a poca profondità dove le tecniche di perforazione erano diverse da quelle usate nei giacimenti dell’Oklahoma.
Conobbi l’ingegnere, un solido olandese della Pennsylvania, che rispose con cordialità a tutte le mie domande e aggiunse spontaneamente molte altre informazioni. Fui  molto soddisfatto dell’accoglienza, ma mentre tornavamo a casa Howard interruppe all’improvviso un lungo momento di silenzio chiedendomi: “Sei sicuro che ti abbia detto tutto quello che volevi sapere? Non e stato reticente, non ha tagliato corto?”.
E senza lasciarmi la possibilità di rispondergli che ero stato subissato di dati, prosegui: “Tornerò indietro a fargli una scenata: quei bastardi non possono permettersi di snobbare i miei amici!
Tra uno scatto e I’altro parlava tranquillamente, in modo convenzionale, con cortesia e disinvoltura: sia che facesse o accettasse un complimento, sapeva sempre cosa dire e come dirlo.
Il suo modo di parlare era tipicamente texano, e sapeva bene come servirsene: era pepato, vulcanico, colorito, capriccioso, e costruito con frasi di semplicità biblica. Suo padre ha la stessa espressività: quando mi scrisse per annunciarmi il suo duplice lutto, le frasi laconiche del dottor Howard avevano la potenza che deriva da un’istintiva capacita d’espressione.
Durante quella stessa passeggiata, Howard non si limito a rivelare se stesso ma sondò me, il “forestiero”. Dopo qualche momento di riflessione mi chiese: “Ed, tu hai nemici?”.
Si aspettava che la risposta fosse affermativa. Lo capivo chiaramente dal suo tono, e dai ricordi delle sue lettere, e dalla narrativa in cui si era espresso sulla regione degli alberi-palo: una terra di dure fatiche, di odii duri, di gente dura e pronta a lottare; una terra di faide che, ancora durante l’adolescenza di Robert, potevano raggiungere i culmini della classica faida Hatfield-McCoy. Risposi, dopo una pausa: “Non credo di averne”.
Mi credette semplicemente perché non mi riteneva un bugiardo: ma non riusciva a capire, e finì col cambiare argomento.
Accompagno in macchina me e mia moglie a Brownwood, dove andammo a far spese e per un giro turistico. Mi affascinava sentirgli narrare le tradizioni locali e gli aneddoti richiamati alla sua mente da ogni aspetto del panorama. Capivo sempre meglio perché i suoi racconti western erano cosi convincenti. Nonostante la loro stravaganza omerica, o forse proprio per questa, erano più veri di quanto avrebbe potuto esserlo una narrativa più sobria.
A rischio di scandalizzare coloro che vedono nella fantasy la vetta dell’arte, ritengo che a parte due o forse tre dei suoi primi racconti bizzarri i western di Howard fossero di gran longa superiori a tutte le vicende che per anni fecero di lui uno dei collaboratori più popolari di Weird Tales. Il fatto era che il materiale di Howard proveniva dalla terra e dalla gente della sua infanzia e della sua esistenza di adulto. I suoi personaggi, nonostante l’esuberanza alla Paul Bunyan, erano veri. Parlavano il linguaggio di quella terra e si muovevano in armonia con il suo spirito.
Era interessante notare che il dottor Howard e suo figlio arricchivano di tanto in tanto il loro eloquio con espressioni che avevo già letto o che avrei letto in seguito nelle avventure di eroi autocratici come Buckner J. Grimes di Knife River. Durante la mia visita lessi parecchi manoscritti, e li lesse anche mia moglie. Dicemmo: “Sono grandi. Riuscirai ad arrivare alle riviste di lusso, garantito”.Howard non ci aveva mai pensato, e non visse abbastanza da realizzare la predizione.
Nella sua narrativa bizzarra poteva basarsi solo sulla sua fantasia, sulla sua poesia, sulla sua ribellione e sulla sua protesta. Lo stesso si può dire della sue vicende avventurose convenzionali. Però nei western non aveva a disposizione soltanto lo spirito ma anche i fatti, l’ambiente, i personaggi, il materiale della sua vita.
Con la posta che mi porto la notizia della morte di Howard c’era una copia del giornale di Cross Plains che conteneva, per concessione di Street & Smith, una ristampa di A Man-Eating Jeopard, uno degli ultimi western di Robert. Lessi la lettera. Passato il trauma immediato la notizia comincio ad addolorarmi, tanto più che recentemente avevo ricevuto una lettera da lui. Non volevo leggere il necrologio. Il titolo A Man-Eating Jeopard e il primo paragrafo del racconto attirarono it mio sguardo. Mi misi a leggere. Cominciai a ridere, e, mentre leggevo, il fatto che Robert E. Howard fosse morto cessò per il momento di esistere. Era un racconto scritto in prima persona, cosicché, mentre leggevo, l’uomo era ancora vivo. Buckner J. Grimes e Robert E. Howard erano una sola persona.
Stavamo andando in macchina a Brownwood, come dicevo, ed eravamo affascinati da ciò che ci raccontava Howard. All’improvviso stacco il piede dall’acceleratore e inclino la testa, mentre la vettura rallentava. Ci stavamo avvicinando a un boschetto, sul bordo della strada. Howard allungò il braccio, frugo nella tasca della portiera della macchina, estrasse una pistola, si guardo intorno attentamente, rimise a posto I’arma e tornò ad accelerare. In tono del tutto normale, spiegò: “Ho molti nemici: qui ne hanno tutti. Non pensavo che stessimo per incontrare qualche pericolo, ma dovevo accertarmene”.
Non stava affatto cercando di prendere in giro o di sbalordire i suoi ospiti. Non aveva intenzione di allarmarci, e noi non eravamo allarmati. Appena aveva cominciato quel gesto e quelle parole, qualcosa mi aveva detto che era una scena ma anche qualcosa di più: un’espressione di quell’immaginazione, una breve visione di quel regno di prodigi in cui Howard trascorreva gran parte del suo tempo.
Nei suoi trent’anni di vita, credo che sia vissuto in due mondi: e se, come ci dicono, non solo esiste un aldilà ma vi si conserva anche l’identità, per Robert E. Howard il passaggio da questo all’altro piano dev’essere stato molto facile e naturale.
Howard non era artificioso: la sua espressione era naturale, istintiva, per nulla studiata. Non pensava alla forma e alla tecnica. Diceva che un racconto andava bene alla prima stesura, o lo buttava via; diceva che almeno meta di ciò che scriveva gli veniva rifiutato, ma che questo non la preoccupava perché bastava che scrivesse un volume di materiale doppio o triplo di quello che prevedeva di vendere e tutto andava a posto!
Non aveva pazienza per le sottigliezze. Gli piacevano i protagonisti dal braccio forte e dalla testa dura. “Sono più semplici”, diceva, “Quando li metti in difficoltà, nessuno pretende che ti stilli il cervello a inventare modi ingegnosi perché riescano a districarsi. Sono troppo stupidi per fare di più che tirarsi fuori con fendenti, colpi di pistola o bastonate”. Ammirava Sir Richard Francis Burton. “Penso che Burton sia stato uno stramaledetto bugiardo almeno per meta della sua vita”, mi disse una volta; e si affretto ad aggiungere: “Non intendo mancargli di rispetto: un uomo dev’essere un bugiardo, per raccontare una bella storia”.
Senza dubbio, anche Howard raccontava la sua parte di frottole. Una delle sue predilette doveva spiegare l’eterogeneità delle sue letture. Diceva che quando restava a corto di libri, da adolescente, sellava il cavallo, prendeva un sacco, andava nei paesi vicini, si introduceva nelle scuole con I’effrazione, e prelevava dalle biblioteche tutto ciò che trovava di leggibile.
Può darsi che l’abbia fatto davvero, o forse no. Questa, comunque, era la storia che raccontava lui.
La sua fantasia vagabondava su tutta la terra, sui deserti, sulle montagne, e tra epoche diverse; poiché era confinato nella zona degli “alberi-palo”, dove la gente lo sottovalutava, si creava un regno dove un uomo libero poteva ottenere tutto ciò che desiderava.
Quanto ai suoi nemici, almeno in maggioranza dovevano essere abitatori del suo mondo personale, che di tanto in tanto comparivano nel mondo di Cross Plains. Una volta, scrivendo a proposito della velocità delle automobili, mi disse che la sua nuova Chevrolet l’aveva sbalordito, per non parlare poi di quelli che l’avevano inseguito invano per più di 150 chilometri.
Per un certo periodo, si era convinto che qualcuno mungesse Delhi di nascosto; perciò si mise in agguato con un fucile. Più tardi ammise che aveva perduto il conto dei mesi e che, come risultò, era semplicemente ora che Delhi perdesse il latte. Tenendo conto della mia passione per il latte ricco di panna, sapeva che mi stava sempre a cuore il bene di Delhi.
In casa Howard dormii pochissimo, nonostante la sollecitudine della signora Howard. Il tempo era limitato, e non osavo sprecarne un momento. E Robert e suo padre erano conversatori resistenti, instancabili. Osservatori acuti, abituati da sempre a notare tutti i dettagli, volevano conoscere le mie osservazioni su tutto ciò che esisteva tra New Orleans, New York, Chicago e Tulsa.
Per due volte, ridotto virtualmente alla fame, avevo cercato di trovare un impiego che rendesse più dello scrivere; ogni volta era stato costretto a ripiegare sulla narrativa. Adesso stavo andando finalmente verso la costa occidentale, dopo un’assenza di quattordici anni, e il mio ritorno non sarebbe stato il trionfo che mi era ripromesso.
Ogni anno avevo procrastinato la visita, dicendo a me stesso, come dissi a Howard: “Aspetterò di aver sfondato, e poi tornerò come quel tale delle Mille e una notte, preceduto da musiche cinesi e indiane. Eccomi qui, e niente musici!”.
Howard considerò quel riepilogo. Non ricordo cosa disse. So soltanto che lasciai Cross Plains risollevato. Robert Howard sapeva che l’avrei spuntata, e io gli credevo.
Diciotto mesi dopo, stavo andando in macchina a Città del Messico. Da El Paso feci una deviazione di ottocento e passa chilometri per andare a Cross Plains a dire a Howard che la sua predizione si era avverata. Volevo dargli personalmente la notizia.
E questo è indicativo, perché da un’idea di ciò che era Robert. In un certo senso partecipava alla mia avventura, non era un semplice spettatore beneaugurante.
Città del Messico.
Un libro da scrivere.
Una corsa a casa, per la strada più diretta.
Novembre, dicembre, e poi la primavera del 1936…
Howard continuava a vendere benissimo. Era preoccupato per la salute della madre, ormai da diversi anni, ma ne parlava pochissimo.
Spesso avevo l’impressione che facesse da genitore ai genitori; mentre avrebbe potuto fare la vita da zingaro che si concedevano altri autori, la sollecitudine nei confronti de] padre e della madre lo induceva a restare sempre piuttosto vicino a casa. Quindi, sebbene mi dispiacesse apprendere della ricaduta della signora Howard, pensai che non si trattasse di una cosa gravissima. Poi, verso la fine di giugno del 1936 mi arrivo una lettera per via aerea: era di H.P. Lovecraft. Mi diceva che, in una crisi di depressione causata dalla morte di sua madre, Robert E,. Howard si era sparato, con la stessa pistola che una volta gli avevo visto impugnare per scherzo.
lo, Lovecraft e Howard avevamo fatto i piani per una scorribanda automobilistica nel Messico, un pò sul serio e un pò per scherzo, con l’intenzione di approfondire la mia esplorazione preliminare di quelle che all’epoca erano strade raffazzonate e pericolose.
Ma Lovecraft e io ci incontrammo a Cross Plains, lui per recitare un’ode composta per la circostanza e io per versare una libagione di acquavite cinese sulla tomba di Howard. A lui l’idea sarebbe piaciuta, sebbene non bevesse altro che birra e non fumasse; perché, come spiegò una volta serio serio, “Il più spregevole fetente che conosco fuma, e quindi mi rifiuto di fare altrettanto”. Poi aggiunse, con logica: “Purtroppo non sono coerente. lo respiro, e lui respira anche quel figlio d’un cane!”.
Mi sia consentito citare la lettera in cui il dottor I.M. Howard parla della personalità di suo figlio: “La madre di Robert amava la poesia, e fin da bambino lui ne sentiva recitare giorno per giorno… Lei era amante del bello. Crescendo, Robert aveva imparato a vedere la bellezza in questo territorio di querce stente… la sua agile immaginazione trasformava il panorama squallido in un paesaggio meraviglioso… spesso, dalla nostra casa di Cross Plains, contemplava le colline basse e tozze della Brown County. Parlava delle leggende che aveva sentito dai vecchi del luogo, degli indiani, delle lotte tra questi e i coloni.
“Tuttavia era molto realista. Non sfuggiva alla sua attenzione nessun particolare della vita quotidiana della gente che gli viveva intorno. In occasione delle elezioni, stava alzato fino a notte inoltrata per ascoltare alla radio i risultati. Amava moltissimo il pugilato e il football. Prima che comprasse la macchina, era capacissimo di chiedere un passaggio fino a Forth Worth o a Brownwood per andare ad assistere a un incontro.
“Robert amava gli animali. Il suo affetto per il suo cane era cosi vivo che I’ animale sembrava aver acquisito una comprensione umana, non solo nei confronti di Robert ma verso sua madre e me.
“Quando il cane, che aveva ormai dodici anni, si ammalò inguaribilmente, Robert prese la sua roba, se ne andò e disse: “Mamma, me ne vado”. Andò a Brownwood e vi restò fino a quando il cane morì, due o tre giorni dopo. Ogni mattina telefonava per chiedere se Patch era ancora vivo, e quando infine sua madre gli disse che il cane stava morendo… (Robert ritorno e) non ne parlo mai più.
“Feci seppellire Patch in una buca profonda, nel campo, e feci arare profondamente il terreno e poi lo feci ripassare con l’erpice, in modo che non restasse traccia della tomba; (Robert era) molto addolorato per la perdita del suo cane, e solo una volta accennò ancora a Patch. Un giorno chiese: “Mamma, avete sepolto Patch sotto il mesquite all’angolo est del campo?”. Lei disse “Si”, e nessuno di noi ne parlo mai più”.
Quando Patch mori, continuava il dottor Howard nella sua lettera, Robert aveva ventiquattro anni; il ragazzo e il cane erano cresciuti insieme, compagni inseparabili dal giorno in cui Robert aveva portato a casa il cucciolo con gli occhi ancora chiusi. Per una dozzina d’anni, quando la signora Howard serviva Robert, Robert serviva Patch, che sedeva accanto al suo compagno. Quel cane non aveva un padrone: aveva un amico.
Il dottor Howard scriveva ancora: “Al tempo della morte di Robert, intorno alla casa erano venuti a vivere tredici gatti randagi. Gli avevo detto che sarebbe stato meglio portarli via. Lui mi dissuase, e continuo a mungere le sue capre e a dar da mangiare ai gatti. “Era molto buono con gli animali; eppure sono sicuro che, se qualcuno l’avesse affrontato di brutto, Robert I’ avrebbe ridotto a malpartito. Dopo lunghi allenamenti con il sacco, il sollevamento pesi, le molle, quando gli chiesi perché lo faceva, mi rispose: “Papa, quando andavo a scuola ho dovuto sopportarne di ogni colore perché ero solo e nessuno si schierava dalla mia parte; cosi intendo rafforzarmi: e se qualcuno mi darà fastidio, a mani nude riuscirò a farlo a pezzi, a piegarlo in due e a spaccargli la schiena”.
Quando conobbi personalmente R.E. Howard, nel 1934, aveva I’aria di essere perfettamente in grado di farlo, se si fosse trovato alle prese con un individuo di taglia normale; e mi aveva chiesto se avevo nemici perché si trattava di un riflesso dei giorni di solitudine a scuola, quando lui, un ragazzo cosi sensibile, veniva maltrattato perché aveva un temperamento cosi diverso dai suoi coetanei. Robert era cresciuto tra le storie delle vecchie faide, che nella fascia degli “alberi-palo” erano continuate anche nei tempi della sua infanzia; quei ricordi e la solitudine a scuola, la convinzione che i compaesani lo considerassero un perdigiorno che sprecava il tempo scrivendo… Ora si capisce bene perché pensava che avere nemici fosse una cosa normalissima, e perché era fiero che “uno scrittore di successo”, come diceva lui, avesse fatto una deviazione di ottocento chilometri per andarlo a trovare.
Abbiamo cosi una motivazione della cupezza di Conan, dell’austerità di Solomon Kane, e dell’epica di Valusia; abbiamo l’ispirazione per le omeriche goffaggini e la mano pesante di Buckner Jeopardy Grimes di Knife River, Texas. Nella sua narrativa, Howard ricostruiva la sua adolescenza, e la correggeva un pò. E nella convinzione che gli uomini di Cross Plains lo sottovalutassero (sebbene ogni anno guadagnasse in media, scrivendo, più di un cittadino benestante della regione), si era costruito una corazza di autoironia e di parodia, ideando i suoi western umoristici.
Prima di conoscerlo personalmente, non sospettavo cosa ci fosse alla base delle vicende che narrava; e sebbene i pochi giorni trascorsi in sua compagnia mi fornissero qualche indizio, non ebbi l’acume necessario per dedurre la portata e la natura dei dettagli poi forniti dal dottor Howard.
Aveva lasciato Cross Plains per non assistere alle ultime ore di Patch, suo amico da dodici anni: un presagio della sua partenza definitiva, per non affrontare la tragedia della vita senza sua madre. Era la vita di Robert, e lui aveva assorbito la filosofia classica che riconosceva a ogni uomo il diritto di scegliere il momento e il modo di andarsene, e dal punto di vista morale non sta a me criticare; ma quando penso al dottor Howard, ormai settantaquattrenne, con la vista debole, che in questi ultimi otto anni si e ritrovato solo in una casa e in un mondo che la moglie e il figlio hanno lasciato in un unico giorno, non posso fare a meno di commentare: “Vorrei che Robert avesse avuto il coraggio di suo padre”.
Il dottor Howard, sebbene abbia confidato i suoi sentimenti a me, considerandomi uno dei migliori amici e più sinceri ammiratori di suo figlio, ha conservato un coraggio cosi grande che devo rendergli questo omaggio: io e mia moglie non abbiamo mai provato compassione per lui. Spinoza diceva che la pietà comporta il guardarne l’oggetto dall’alto in basso. Non avevo mai veramente capito il significato di queste parole prima di pensare al dottor Howard, il cui coraggio e la cui fermezza ci inducono ad ammirarlo. Continua a vivere senza lagnarsi ne autocommiserarsi; e considerarlo allo stesso modo in cui si possono guardare altri che hanno subito perdite meno sconvolgenti sarebbe mancargli di rispetto.
Lo ripeto: molte volte mi sono augurato che Robert avesse avuto il coraggio e la forza di suo padre.
Ora debbo rileggere A Man-Eating Jeopard. Leggerlo e carne sentir parlare Robert E. Howard. Il guaio e che non posso rispondergli, non posso dirgli che poche settimane dopo la sua morte vendetti il mio primo racconto d’avventure, e proprio a una delle riviste di cui era stato uno dei principali collaboratori, e che circa un mese dopo cominciai una serie di western ispirati ai suoi. Non sono imitazioni, pur seguendo il suo modello, e il protagonista, Simon Bolivar Grimes, e la mia versione di Buckner Jeopardy Grimes di Knife River, Texas, che era Robert E. Howard parodiato da lui stesso.
Per un capriccio della sorte, questa serie di parodie western dimostra un’insolita vitalità. ln nove anni ho venduto i trenta racconti della serie senza incontrare mai un rifiuto. E poiché nessuna imitazione potrebbe essere cosi duratura, lascio a voi il compito di trarre le conclusioni sul fascino di questo personaggio letterario.

August William Derleth

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Gli appassionati di letteratura Horror e patiti di HPL in particolare devono molto ad August William Derleth. Amico e corrispondente di HPL, alla morte di quest’ultimo ne raccolse l’eredità letteraria salvando la quasi totalità dei suoi scritti: fu a questo scopo che fondò con Donald Wandrei l’Arkham House, in seguito divenuta una vera e propria Casa editrice specializzata in narrativa horror, ma anche comprendente autori di vena fantastica. Nato a Sauk City, nel Wisconsin, nel 1909, dopo aver compiuto gli studi superiori, si laureò presso l’università del suo Stato natale ma, sin da giovanissimo si dedicò alla narrativa horror che, oltre a trattare come scrittore, praticò appunto anche da editore con la fondazione dell’Arkham House. Scrittore di narrativa Horror di un certo livello, a lui è dovuta la stesura definitiva di diversi racconti di Lovecraft che il grande Maestro di Providence aveva lasciato incompleti. Derleth pubblicò un buon numero di racconti su Weird Tales anche se non tutti buoni quanto Mister George (pubblicato nel marzo 1947 con lo pseudonimo Stephen Grendon) e They shall rise segnalato da Lovecraft ad Henry Kuttner in una lettera datata 16 Aprile 1936, da cui leggiamo:

“Il numero di Aprile di Weird Tales non è male come ci si aspetterebbe: Jacobi, Derleth e Bloch vanno tutti bene.”

In quanto suo amico, Lovecraft non risparmiò a Derleth costruttive critiche di pari passo a sinceri elogi, leggiamo nell’ordine, un estratto da una lettera scritta a Clark Ashton Smith il 17 Ottobre 1930 ed un secondo stralcio da una lettera
scritta da E. Hoffman Price il 26 Novembre 1932.

“Non tutti gli autori macabri sentono in modo così acuto & intollerabile la pressione dello spazio esterno, sconosciuto senza limiti…Tu la possiedi in modo estremo, & così Wandrei & Bernard Dwye, ma che sia impiccato se posso aggiungere alla lista un solo altro nome. Il senso dell’irreale in Loveman è strettamente umano, classico, tradizionale (benché squisitamente coltivato); per Long vale lo stesso discorso ma si trova ad uno stadio anteriore di sviluppo. Munn, Talman e Derleth semplicemente non sanno di che si tratta.

“Per quanto riguarda la letteratura della vita reale, la capacità di scriverne dipende all’interesse e dalla simpatia che si provano per gli altri uomini. Derleth ce l’ha io no….lui, un giovanotto robusto ed egocentrico di ventitré anni, riesce per un certo lasso di tempo a essere veramente, in senso psicologico, una triste e scialba signora di ottantacinque anni, con gli ovvi pensieri, pregiudizi, sentimenti, paure, ambizioni, manierismi e modi di dire di una vecchia di quella età: può trasformarsi in un anziano dottore, in un ragazzo, in una madre seminferma e in ogni caso capisce il tipo, entra in lui così profondamente che per il momento i suoi interessi, il suo aspetto, e persino il modo in cui parla sono quelli del personaggio, mentre le corrispondenti qualità di August William Derleth sembrano dimenticate. Sa ottenere sentimenti di pathos, ira, distacco, umorismo e passione con perfetta naturalezza finché la cosa lo interessa, senza lasciarsi influenzare dai propri, perché in quel lasso di tempo entra nel personaggio e vede ciò che essi (non Derleth) vedono, sente ciò che essi sentono. E’ mimica in grande stile. Sa riprodurre un certo stato d’animo perché conosce oggettivamente (e quindi, in virtù del giusto tipo d’immaginazione, soggettivamente) i fattori naturali che determinano ciascun caso. Ma ovviamente non tutti possono fare lo stesso.”

Sicuramente c’è qualcuno più documentato di noi che potrebbe farci sapere di più su Derleth ma bastano già le parole di Lovecraft per capire, che anche se non all’altezza di certi scrittori Horror che abbiamo imparato ad apprezzare, Derleth non è stato uno scrittore da poco. Del resto i complimenti glieli fa Howard Phillips Lovecraft in persona, e non Vincenzo Monteleone e Simone Giudici!
Morì a Sauk City nel 1971.

Alcuni dei racconti di Derleth sono riportati sui Mammut della Newton Compton curati da Gianni Pilo, e precisamente:
Feigman’s Beard (1934) in Storie di Streghe
The Return of Sarah Purcell (1936) in Storie di Streghe
A Cloack of Messer Lando (1934) in Storie di Diavoli
Nellie Foster (1933) in Storie di Vampiri
The Drifting Snow (1939) in Storie di Vampiri

Robert Bloch

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Nato a Chicago nel 1917 è senza ombra di dubbio uno dei maggiori scrittori americani di Horror Fantasy e Fantascienza; dal 1935 in poi fu molto prolifico in tutti questi settori della narrativa fantastica, ma è innegabile che sia Psycho il suo lavoro più conosciuto. Fu proprio da Psycho che Alfred Hitchcock trasse l’omonimo film, conosciuto in tutto il mondo e apprezzato a tal punto da avere due seguiti sempre interpretati da Anthony Perkins.
HPL conosciuto Bloch epistolarmente, fu a lui legato da una lunga e affettuosa corrispondenza, senza mai incontrarlo. Robert Bloch è uno dei pochi nomi oltre ad HPL, Robert Ervin Howard e Clark Ashton Smith che legittimano la mitizzazione di Weird Tales, dove furono pubblicati ben cento racconti facenti parte della sua produzione del primo periodo, vertenti, per la maggior parte, sul genere horror. Questa puntualizzazione è doverosa, per non lasciar credere erroneamente a chi si fosse appena affacciato sulla soglia dell’ universo lovecraftiano che la rivista diretta da Farnswort Wright sia stata una esauribile fucina di geni; oggi gran parte del materiale pubblicato su Weird Tales è illeggibile e già ai tempi di HPL poteva essere definito, molto generosamente, appena mediocre.
Prova tangibile della stima ed amicizia che legò Lovecraft e Bloch, inventore nell’ambito della sua produzione horrorifica di un tomo proibito (il De Vermiis Mysteriis di Ludvig Prinn), al pari di HPL, Howard e Smith , è la dedica da parte di Lovecraft del racconto The Haunter of the dark , contenuto nel vol IV di H.P. Lovecraft, Tutti i racconti (1931-1936). La genesi del racconto è nota agli appassionati di HPL: il giovane Bloch chiese a Lovecraft il permesso di “distruggerlo” in un racconto in cui il solitario di Providence figurasse come protagonista. Lovecraft diede il suo assenso ed il risultato fu The shambler of the stars (pubblicato da Fanucci nell’antologia I miti di Chtulhu). In risposta alla sfida HPL, imbastì una vicenda apocalittica ambientata a Providence dove lo sventurato protagonista si chiama Robert… Blake celando così nel nome uno scherzoso riferimento al giovane amico. Possiamo leggere dalla lettera scritta ad August Derleth il 10 Novembre 1935:

“Caro A. W.,
[…] ho appena finito un nuovo racconto, “The Haunter of the dark”, ma non sono sicuro che valga la pena di batterlo a macchina. Seguendo il consiglio di qualcuno, in The Eyrie, l’ho dedicato al giovane Bloch. gli ho restituito il favore di ucciderlo, in cambio del delizioso modo in cui ha liquidato il Nonno in “The Shambler”. Nel suo racconto i resti del vecchio signore venivano spiaccicati in tutta la stanza, ma io l’ho trattato meglio: è un cadavere rigidamente seduto alla scrivania e guarda dalla finestra a occidente, con un’espressione di paura indicibile sui lineamenti contratti.”

Altra testimonianza della stima di cui godette Bloch da parte di lovecraft è un passo della lettera scritta a Henry Kuttner il 16 Aprile 1936 che riportiamo:

“Alcuni racconti macabri di Bloch sono splendidi: sarà un autore di cui bisognerà tener conto, se non diventerà commerciale e non si farà distrarre da altri tipi di attività letteraria”

Oltre a The shambler of the stars, esiste un altro racconto di Bloch in cui è protagonista Lovecraft.
Pochissime persone incontrarono di persona Lovecraft e questo isolamento fece fiorire intorno a lui una serie di strane leggende: chi lo diceva ecclesiastico a riposo, chi un anziano professore di Scenze Occulte, chi un recluso confinato in una casa di malati da stupefacenti. In realtà, Lovecraft, era troppo povero per viaggiare. Robert Bloch nel breve racconto Quel Vampiro di Lovecraft fa dell’ironia proprio sulle leggende che circolavano intorno a Lovecraft ancora vivente
La quantità di romanzi e racconti scritti da Bloch in quasi cinquant’anni di attività è semplicemente sterminata, più di 220 racconti editi in oltre due dozzine di raccolte, ventiquattro romanzi, sceneggiature per una dozzina di film e tre episodi della serie Star Trek, un volume di saggi ed il premio award Once Around The Bloch: An Unauthorized Autobiography (1993).

I suoi tanti premi comprendono un Nebula Award, due Hugo , tre World Fantasy Awards (conseguito a vita), cinque Bram Stoker Awards. Ricevette inoltre un premio speciale per il primo Necronomicon del 1993 che in seguito alla morte dello scrittore fu ribattezzato in suo onore

Il coronamento della sua carriera di scrittore lo ottenne nel 1958 quando gli venne attribuito il Premio Hugo, per il racconto The Hellbound Train.

Membro del “Lovecraft Circle “, la sua corrispondenza con Lovecraft (curata da S.T. Joshi e David E. Schulz, con l’introduzione di Bloch) fu pubblicata dalla Necronomicon Press (1993).

Morì il 23 settembre 1994 a Los Angeles dopo una lunga battaglia col cancro.

Alcuni dei racconti di Bloch sono riportati sui Mammut della Newton Compton curati da Gianni Pilo, e precisamente:
The Feast in the Abbey (1935) in Storie di Diavoli
The Dark Demon (1936) in Storie di Diavoli
The Hellbound Train (1938) in Storie di Diavoli
Statan’s Servants (1935) in Storie di Streghe
Sweet to the Swet (1945) in Storie di Streghe
Quel Vampiro di Lovecraft in Storie di Vampiri

Edwin Baird

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Nato nel 1886 a Chattanooga, nel Tennessee. Scrittore, giornalista e direttore editoriale nel campo dei pulp magazines. Baird era uno specialista in letteraura poliziesca e diresse, per l’editore Jacob Henneberger, sia Weird Tales che la pubblicazione Real Detective.
Durante la direzione di Weird Tales da parte di Baird, Lovecraft sembrò trovare un atteggiamento più positivo verso i suoi racconti di quella riservatagli da Farnswort Wrighth.
Leggiamo da una lettera scitta a Frank Belknap Long l’8 Novembre 1923:

“Il piccolo Baird, invece è diventato mio grande amico e progetta di pubblicare i miei lavori con assoluta regolarità. Ti accludo una sua lettera, con preghiera di restituzione: dopo quella data mi ha accettato “Arthur Jermin” e nutro non poche speranze per “Hipnos” e “The rats in the walls”, che gli invierò oggi…”

Purtroppo questa dichiarata apertura mentale da parte di Baird non ebbe il tempo di concretizzarsi, in quanto nel 1924, dopo aver ricevuto da parte di Henneberger la direzione di Weird Tales, l’editore decise di vendere Real Detective per tentare di salvare Weird Tales e Baird decise di seguire la rivista poliziesca in quanto a lui più congeniale per il genere di racconti pubblicati, da allora non si occupò più di racconti fantastici. Muore a Chicago nel 1957.

Nota curiosa: il successore di Baird alla direzione di Weird Tales sarebbe stato proprio Lovecraft, ma HPL rifiutò, in quanto si era appena trasferito a New York dopo aver sposato Sonia Greene ed un altro traferimento gli sembrò insostenibile (la sede della rivista si trovava a Chicago). Sotto la guida di Lovecraft, Weird Tales, sarebbe diventata sicuramente mezzo di espressione di tanti giovani scrittori di talento rimasti sconosciuti, all’ombra della politica editoriale delle riviste del settore, più volte condannata da Lovecraft, dedita solo a soddisfare i gusti delle masse per motivi esclusivamente economici.

Quella casa al 66 di College Street

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Tutti gli appassionati di Howard Phillips Lovecraft sanno che a Providence, Rhode Island, c’è una casa piuttosto speciale sita nel venerabile distretto di College Hill, a due passi alla Brown University. È l’ultima casa dove lo scrittore abitò, al 66 di College Street, e dove scrisse i suoi ultimi, splendidi capolavori tra cui The Thing in the Doorstep e The Haunter of the Dark.

Lovecraft amava questo maestoso edificio del XVIII secolo, la sua antica architettura che lo riportava ad un periodo passato della storia che lui tanto ammirava, e considerava un vero colpo di fortuna l’esservisi trasferito in seguito ad alcune difficoltà finanziarie, come del resto stanno a testimoniare le lettere che scrisse in quel periodo. Riportiamo un estratto da una sua missiva inviata a James F. Morton datata 14 maggio 1933, dove HPL non manca di descriverci minuziosamente, con inusuale trasposto, la sua nuova abitazione:

“Ragazzi, che posto! Dio salvi il Re! Finalmente, finalmente, dopo quaranta e più anni di bramosa adorazione e totale ammirazione, Nonno Theobald vivrà in una VERA CASA COLONIALE. Lode a re Giorgio, che sia Benedetto!! La nuova casa Theobalda – gialla e in legno – è situata in cima alla vecchia collina, in un’antica corte erbosa al lato di College Street, proprio alle spalle della John Hay Library della Brown University, cui è praticamente attaccata (…) Mia zia ha sempre tenuto d’occhio l’appartamento al piano di sopra, aspettando che si liberasse. La soglia è molto bella e sembra la copia vivente di quella disegnata da Talman per il mio ex-libris, anche se è di un periodo leggermente più tardo (circa 1800) e senza lunetta, ma con un fregio a ventaglio. Sfortunatamente la porta vera e propria è vittoriana, ma non si può avere tutto. Sul retro c’è un giardino pittoresco, appartato e simile a quelli che si vedono nelle case di paese, a un livello più alto della facciata. Il piano superiore, che abbiamo affittato, contiene cinque stanze più bagno e angolo-cucina, ma c’è anche un solaio con due locali, uno dei quali così attraente che mi piacerebbe farne un mio secondo rifugio! Le stanze che occuperò io – un grande studio e una piccola camera da letto – si trovano sul lato sud e il mio tavolo da lavoro sarà sotto una finestra che guarda a occidente, con uno splendido panorama dei tetti che si stendono nella città bassa e dei mistici tramonti al di là di essi. L’interno è affascinante come l’esterno: ci sono caminetti del periodo coloniale muniti di mensola e cappa, scale georgiane a chiocciola, pavimento ad assi lunghe, chiavistelli di vecchia maniera, finestre dai vetri minuscoli, porte a sei riquadri, un dislivello che separa il lato posteriore dell’appartamento (bisogna scendere tre gradini), antiche scale che portano in solaio, ecc. Proprio come le antiche dimore trasformate in museo. Dopo averle ammirate per tutta la vita, trovo qualcosa di magico e sognante nell’idea di poterne finalmente abitare una.” [da LETTERE DALL’ALTROVE, Mondadori, Milano, 1993, pp. 257-58].

Ed ancora, in una lettera del 12 giugno ’33 scritta sempre a Morton:

“… i Theobald sono finalmente sistemati al n. 66 (…) Il piacere e il fascino di ritornare a casa varcando una soglia coloniale con il fregio sopra, di sedere accanto ad un camino georgiano e guardare, dalle finestre a piccoli riquadri, un mare di antichi tetti e foglie dorate dal sole, è quasi indescrivibile senza ricorrere alla poesia. La casa somiglia tanto a un museo che mi aspetto di veder apparire un guardiano da un momento all’altro per buttarmi fuori alle cinque, ora di chiusura!” [Ibidem, p. 259].

In quest’edificio di squisita fattura georgiana Lovecraft rimase dal 15 maggio 1933 fino al 15 marzo 1937, data fatidica del suo decesso. Ma chi vi dimorò prima, e soprattutto chi andò ad abitarvi dopo la morte dello scrittore e poi di sua zia Annie E. Gamwell, vissuta fino al 1941? È una domanda che alcuni appassionati e cultori si saranno certo posti, restando però senza una risposta. Ma ora quest’arcano può essere finalmente svelato. Durante una delle nostre inesauribili ricerche su Lovecraft ci siamo imbattuti in un trafiletto, firmato da tal Joseph A. West e pubblicato sul fascicolo amatoriale The Outsider International (L.E.P.E.R. Publication, ed. A. M. Decker, 1995, cfr. p. 23.) dove sono riportate appunto notizie relative alla casa e ai suoi occupanti.

Ebbene, pare che il primo che vi dimorò fu un certo Samuel B. Mumford, un agente di commercio abbastanza noto in New England. Dopo la sua morte, avvenuta presumibilmente nel 1849, la casa passò in proprietà ai suoi eredi finchè, nel 1933, venne infine presa in affitto e occupata da Lovecraft per la somma (come si scopre in una sua lettera da noi inedita) di 40 dollari al mese. La zia Annie Gamwell lo raggiunse solo qualche tempo dopo, quando lo scrittore si era già sistemato.

Nel 1959, ventidue anni dopo la scomparsa del Vecchio Gentiluomo, l’edificio è stato trasferito al 65 di Prospect Street, nella via adiacente, dove ancora si trova. Al suo posto, ci informa Giuseppe Lippi che nel ’90 ha avuto modo di visitare la città [cfr. “nota a p. 294 di LETTERE DALL’ALTROVE, ibidem], “sorge oggi una galleria d’arte (List Art Building) fronteggiata da un giardino. Accanto, la John Hay Library.”

Dopo di Lovecraft, la casa fu occupata da un altro prominente personaggio, John C. A. Watkins (classe 1912), che pare fosse ancora vivo nella prima metà degli anni Novanta. Watkins si era distinto nella carriera militare (da cui si congedò con il grado di Colonnello) ed è stato anche premiato nel 1969 con l’Ordine di Merito della Repubblica Italiana. Ci piacerebbe poter scoprire per quali servigi…

Il tempo come un fiume scorre per gli uomini inesorabile, e inclemente ne disperde o ne perpetua la memoria nei secoli. Ma anche se HPL e gli altri sono andati, la venerabile dimora, solida nelle sue fondamenta d’altri tempi, è ancora in piedi, e tra le ombre delle sue mura ne conserva stolida il ricordo.

Alla ricerca di Howard Phillips Lovecraft

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Chi, tra noi appassionati e cultori di Howard Phillips Lovecraft, non ha almeno una volta nella vita sognato di compiere un viaggio nel New England degli Stati Uniti, alla volta di Providence e dei luoghi natii cari allo scrittore? Alcuni, forse, la considerano una meta irraggiungibile al pari della mitica “Città del Tramonto” per il sognatore Randolph Carter (vedi il racconto The Dream-Quest of Unknown Kadath). E del resto, l’America non è certo a due passi! Ma se i mezzi ci sono per imbarcarsi in una simile impresa, i compagni d’avventura anche (meglio ancora se condividono la stessa passione per la narrativa weird), è bene comunque non partire sprovveduti, onde tornare poi con “l’amaro in bocca” per non esser riusciti a vedere un’oncia di quanto sperato (ogni riferimento al mio amico Marco Sozzani è puramente, si fa per dire, casuale!). Ecco, quindi, qualche buon consiglio per documentarsi prima di partire su luoghi lovecraftiani e su siti di similare interesse.
Oltre alla basilare cartina della città e ad una buona edizione dei racconti, indispensabile compagno per l’appassionato che intenda mettersi in viaggio sulle orme di Lovecraft è il libro-guida Lovecraft’s Providence & Adjacent Parts, compilato da Henry L. P. Beckwith (Donald M. Grant Publ. Inc., West Kingston, 3rd ed. 1990). Giunti a Providence, volete, per esempio, raggiungere Benefit Street per ammirare (da debita distanza s’intende!) la famigerata Shunned House del racconto omonimo?
Oppure visitare la dimora reale di Charles Dexter Ward, in Prospect Street, o la lugubre chiesa di federal Hill dove lo sventurato Robert Blake trovò triste fato in The Hunter of the Dark? Oppure volete poter consultare i manoscritti, le lettere e gli altri documenti originali dello stesso Lovecraft custoditi nella collezione “John Hay” alla Brown University (che servì da modello per la fittizia Miskatonic U.)? Niente di più facile seguendo gli itinerari descritti con minuzia e precisione nel libro di Beckwith. Ed in questo modo il buon esito del “Lovecraft Tour” è assicurato! Inoltre, per il viaggiatore che si prefigga come meta, o tappa, la splendida capitale del Rodhe Island per ritrovare in loco le suggestioni dei racconti, i siti ed i luoghi dove lo spirito di HPL è ancora presente e vivo (“I Am Providence”, Io sono Providence si legge, del resto, sulla sua lapide nel suggestivo cimitero di Swan Point dov’è sepolto), si rivelano altresì utili da consultare il volumetto illustrato di Jason Eckhardt, Off the Ancient Track: A Lovecraftian Guide to New England (Necronomicon Press, West Warwick, 3rd ed. 1994), cui lo stesso Lovecraft fa da cicerone con le descrizioni prese dalle lettere o dai racconti, e il documentario in video realizzato dalla Darkhive Associated Production: Favorite Haunts: A Journey Thro’ H. P. Lovecraft’s Providence, che (per la durata di 30′ circa) costituisce una vera e propria guida per immagini alla Providence di HPL, quella vera e quella immaginata nei suoi racconti.
Molto più sintetico, ma forse più essenziale e facile da consultare per il viaggiatore “di passaggio”, senza troppo tempo a sua disposizione, è anche A Brief Tour Guide of Lovecraft’s Sites of Horror di Jon B. Cooke, che si avvale inoltre di una “walking Tour Map” disegnata dall’abile Gahan Wilson (in The H. P. Lovecraft Centennial Guidebook, Montilla Publ., Pawtucket, RI, 1990).
Qualora si avesse invece più tempo a disposizione, interessante da visitare per il “lovecraftologo” curioso è anche l’area di Massachusetts e dintorni (specialmente la “Swift River Valley”, non troppo distante da Providence), dove Lovecraft trovò ispirazione per ambientare le sue storie più cupe e terrificanti. In questo caso, un prezioso vademecum per viaggiare non solo con la fantasia è la guida di Will Murray alle “città stregate” di Lovecraft, In Search of Arkham Country (in Lovecraft Studies n. 13, Inverno 1984), per mezzo della quale individuare e raggiungere senza troppa fatica le reali “Dunwich”, “Arkham”, “Innsmouth”, “Kingsport”, ecc., per osservare quei luoghi d’atmosfera che, decenni fa, accesero la fantasia del Maestro di Weird Tales.
Coloro che avessero in progetto di calcare le orme di Lovecraft nei suoi luoghi natii, potranno facilmente rintracciare e reperire gran parte del materiale citato.

Buona caccia e buon viaggio!

Lovecraft 2000

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Lovecraft 2000 AA VV , Sperling & Kupfer ,1999,
pgg. 357, £ 31.900

L’editrice Sperling & Kupfer ha recentemente pubblicato il volume “LOVECRAFT 2000”, a cura di Jim Turner, editor della Arkham House, che ha chiamato a raccolta gli epigoni del solitario di Providence per un ennesimo tributo al genio visionario di un autore il cui ineguagliabile universo fantastico è divenuto ormai contributo permanente all’immaginario letterario di questa fine di millennio.
“E mentre si spalancano le porte del XXI secolo, un rospo mangiauomini di nome Cthulhu si unisce al Frankenstein di Mary Shelley, al Dracula di Stoker e agli hobbit di Tolkien tra le eterne icone della letteratura mondiale.” (dalla prefazione di Jim Turner) In questa antologia, originariamente pubblicata dalla Arkham House nel 1995 con il titolo “Cthulhu 2000”, quindici esponenti dell’horror contemporaneo tra cui F. Paul Wilson (“Le Pine Barrens”), Ramsey Campbell (“I volti di Pine Dunes”), T.E.D. Klein (“L’uomo nero con il sassofono”) e Kim Newman (“Il pesce grosso”), celebrano l’attualità del mito lovecraftiano reiterpretandolo in modo moderno ed originale, creando racconti agghiaccianti permeati da quell’orrore soprannaturale che caratterizza le migliori opere del Maestro.
[Per i puristi valga tuttavia la seguente dichiarazione, che chiarisce subito l’onestà dell’iniziativa: “Se solo H.P.Lovecraft poteva scrivere un racconto lovecraftiano approvato da Azathoth, ne consegue che i lavori raccolti in questa antologia non sono dei grandi racconti lovecraftiani, sono dei grandi racconti che si ispirano a Lovecraft.
Ogni lettore è invitato a stabilire da sé le influenze lovecraftiane nelle pagine che seguono; in alcuni casi saranno subito palesi, in altri un po’ meno.” (dalla prefazione di Jim Turner).
D’altra parte lo stesso Lovecraft, in una lettera indirizzata a Clark Ashton Smith nel 1930 scrisse: “Mi sono dato un po’ di pena a sondare la capacità di alcune persone di percepire profondamente il cosmo e l’inquietante ed affascinante caratteristica di ciò che è extraterrestre ed eternamente ignoto; e dai miei dati ne emerge un numero sorprendentemente basso.”
Al di là del pessimismo lovecraftiano, occorre comunque prendere atto dello sforzo compiuto da autori appartenenti a differenti correnti della letteratura fantastica per ridefinire un ideale manifesto dell’ “orrore cosmico” alle soglie del terzo millennio.]
Accanto ai paladini dell’horror più classico quali G. Wolfe (“Il signore della terra”) e i già citati Wilson, Newman e Klein, troviamo anche autori come Poppy Z. Brite (“Le sue labbra sapranno di assenzio”), portavoce del genere splatter, prodigatosi in una macabra sarabanda a base di perversioni, necrofilia e demoni vudù, insieme a suggestioni cosmiche al limite della fantascienza firmate da riconosciute personalità del genere: Harlan Ellison (“Il grande uomo”), Roger Zelazny (“24 viste del Monte Fuji” -vincitore del premio Hugo) nonché l’alfiere del movimento cyberpunk Bruce Sterling (“L’impensabile”).
Da segnalare anche l’ironico “Il Modem di Pickman” di Lawrence Watt-Evans ( basato sul gioco di parole Pickman’s Model / Modem, dal celebre racconto del 1926 ), che adombra le sconfinate possibilità di proliferazione virtuale delle creature di Lovecraft, oggi più vive che mai in Internet, vero universo parallelo in cui Cthulhu e compagni sono, finalmente, divenuti realtà.
Preparatevi a un viaggio allucinante che affonda le radici dei propri incubi in orrori soprannaturali, paesaggi trasudanti insondabili malvagità e divinità ancestrali celate negli anfratti del tempo e dello spazio: un viaggio che vi toglierà il sonno per il prossimo millennio!
Segue l’elenco completo dei racconti dell’antologia, accompagnato dall’anno della prima pubblicazione:

  • F.P.Wilson “Le Pine Barrens” 1990
  • Lawrence Watt-Evans “Il Modem di Pickman” 1992
  • Basil Copper “Il Pozzo Numero 247” 1980
  • Poppy Z. Brite “Le sue labbra sapranno di assenzio” 1990
  • Fred Chapel “Il Contaminatore” 1989
  • Michael shea “Faccione” 1987
  • Kim Newman “Il Pesce Grosso” 1993
  • Gahan Wilson “H.P.L.” s.d.
  • Bruce Sterling “L’Impensabile” 1991
  • T.E.D. Klein “L’uomo nero con il sassofono” 1980
  • J.P. Blaylock “L’ombra sulla soglia” 1986
  • Gene Wolfe “Il signore della terra” 1990
  • Ramsey Campbell “I volti di Pine Dunes” 1980
  • Harlan Ellison “Il grande uomo” 1981
  • Roger Zelazny “24 viste del Monte Fuji” 1985

Il vento delle stelle, Storie in versi e no

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H. P. Lovecraft, IL VENTO DELLE STELLE: STORIE IN VERSI E NO, a cura di Sebastiano Fusco (Edizioni Agpha Press, Roma, 1998, pp. XII-340, £. 34mila). 

Ecco un libro che non dovrebbe mancare nella biblioteca di nessun lovecraftiano.
Finalmente, e per la prima volta, abbiamo un’edizione organica e davvero esaustiva, per di più criticamente ed editorialmente valida, della poesia fantastica di H. P. Lovecraft, che nonostante meriti degna attenzione è stata trattata sempre superficialmente dalla critica specializzata. Del tutto ingiustamente, perché i componimenti di Lovecraft, se letti nella giusta maniera, rivelano aspetti nuovi della fantasia del Sognatore che non emergono nella sua narrativa. Un plauso quindi ad Agpha Press, nuova casa editrice romana, per aver pubblicato in maniera impeccabile l’intero corpus poetico d’ispirazione fantastica del Maestro di Providence. Prima di questo libro, non c’era nulla di veramente valido su questo aspetto non certo trascurabile della sua opera, spesso (ed a torto) negletta, come dicevamo, e finora accessibile solo in un vecchio paperback di nessun rilievo critico (Fungi from Yuggoth & Other Poems della Ballantine è del 1971) o in booklets testualmente corretti ma di poco spessore e scarsa illuminazione (The Fantastic Poetry e Fungi from Yuggoth della Necronomicon Press), edizioni che a poco o a nulla sono servite per sfatare il luogo comune sul Lovecraft poeta. Nessuno, prima d’oggi, si era preso la briga di rivalutare i versi di HPL mettendoli sullo stesso piano della sua celebrata produzione in prosa. È un vanto, questo, che spetta ora all’Italia, perché l’opera di riconsiderazione compiuta da Sebastiano Fusco, curatore del libro, non ha precedenti e dovrebbe servire a far meditare i curatori e gli esperti lovecraftiani d’oltreoceano.
Ma analizziamo da vicino il bel volume, impreziosito per di più da tutte le tavole che il disegnatore fantastico Virgil Finlay ha dedicato a Lovecraft. Nelle sue oltre 300 pagine troviamo, suddivisi in vari capitoli, tutti i versi d’argomento fantastico scritti da Lovecraft, dal sublime Nemesis, poema venato di sentimenti d’inquietudine, allo struggente Il Coscritto, amaro apologo sugli orrori della guerra, da Disperazione, in cui Lovecraft si abbandona all’avvilimento del periodo, al monumentale Psychopompos, vero e proprio “tale in rhyme” degno d’affiancarsi ai migliori racconti dello scrittore. E tra i suoi capolavori in versi spiccano Il Lago dell’Incubo, quasi un’esperienza metafisica, e A un Sognatore, che a merito può venir preso a manifesto dell’intero pensiero lovecraftiano. Ma la parte più ampia del volume, giustamente, è riservata ai famosi Funghi di Yuggoth, i criptici sonetti composti da Lovecraft in un periodo di soli nove giorni (dal 27 dicembre 1929 al 4 gennaio 1930) e dove, per usare le parole di Fusco, “sono sintetizzate e cristallizzate tutte le valenze ispiratrici dello scrittore, tutti i cardini più importanti dei Miti: il libro maledetto, le divinità tenebrose, le località d’incubo, le ‘soglie’ che si spalancano improvvise sopra universi di terrore, i rituali immondi, le creature emerse da abissi insondabili, e via di seguito”. “Leggere i Fungi”, continua Fusco nella sua nota introduttiva, è come sfogliare un catalogo – ricco e splendidamente illustrato – del mondo fantastico lovecraftiano, nel quale ogni pagina riporta a tutto un complesso universo simbolico, con diverse articolazioni e sfaccettature”.
Ma a parte la validità intrinseca dell’opera per sé, c’è da sottolinearsi lo splendido e minuzioso lavoro di Fusco come curatore, il quale ha provveduto ad arricchire i testi di Lovecraft con dotte introduzioni, decine e decine di note esplicative e altri scritti (lettere inedite dello stesso HPL, schede su temi, luoghi e personaggi lovecraftiani, cronologie, ecc.) che inquadrano nel loro giusto contesto quegli straordinari componimenti. Un commentario quindi di tutto rispetto, che tiene conto della critica più aggiornata e da fondamento alla validità poetica di Lovecraft. Un lavoro a dir poco monumentale, e imprescindibile dall’eccellente giudizio globale. Il volume, infatti, è una vera “miniera” per appassionati e cultori dell’opera di HPL, e in esso ognuno, anche il più esigente, potrà fare nuove scoperte, trovare nuovi aneddoti, curiosità, ecc. anche su aspetti poco noti della personalità dello scrittore. Indubbiamente, IL VENTO DELLE STELLE è un libro da leggere e rileggere più volte per assaporare appieno il gusto dei versi e la ricerca critica che vi ruota intorno. Oltre a ciò, è un nuovo, importante tassello che consente di aggiungere ulteriori elementi alla nostra conoscenza della multiforme personalità, artistica, umana e letteraria, del Sognatore Howard Phillips Lovecraft.

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Il Necronomicon – La leggenda del “Libro Maledetto”

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Ia mayyitan ma qadirun yatabaqa sarmadi
fa itha yaji ash-shutahath al-mautu qad yantahi.
(Non è morto ciò che in eterno può attendere,
E col volgere di strani eoni, anche la morte può morire.)

Il Necronomicon, il “Libro dei Morti” scritto dal folle arabo Abdul Alhazred, costituisce uno degli “scherzi letterari” più riusciti nella storia della letteratura. Infatti, pur non esistendo, è tutt’oggi più vivo che mai.
Intorno al 1927, Lovecraft scrisse (non con intenti di pubblicazione, ma come uno scherzo a beneficio degli amici e corrispondenti più intimi) una breve “storia editoriale” del Necronomicon, che si diffuse immediatamente tra gli appassionati del fantastico, ottenendo una fama ben al di là delle intenzioni del suo autore.
E’ qui riportata la versione integrale:

Storia del Necronomicon –
(History of the “Necronomicon”, 1927(?))

Il titolo originale dell’opera è Al Azif: “Azif” è l’allocuzione usata dagli arabi per indicare gli strani suoni notturni (dovuti agli insetti) che si supponevano essere l’ululato dei dèmoni.
L’autore è Abdul Alhazred, un poeta folle di Sanaa, capitale dello Yemen, che si dice sia vissuto nel periodo dei Califfi Ommiadi, nell’ottavo secolo dopo Cristo. Fece molti misteriosi pellegrinaggi fra le rovine di Babilonia e le catacombe segrete di Memphis, e trascorse dieci anni in completa solitudine nel grande deserto dell’Arabia meridionale, il Raba El Khaliyeh, o “Spazio vuoto” degli arabi antichi, e Dahna, o “Deserto cremisi” dei moderni, ritenuto dimora di spiriti maligni e mostri mortiferi. Di questo deserto coloro che pretendono di averlo attraversato, narrano molte storie strane ed incredibili meraviglie.
Nei suoi ultimi anni Alhazred abitò a Damasco, dove venne scritto Al Azif, e del suo trapasso o scomparsa (nel 738 d.C.) si raccontano molti particolari terribili e contraddittori. Riferisce Ibn Khallikan (un biografo del dodicesimo secolo), che venne afferrato in pieno giorno da un mostro invisibile e divorato in maniera agghiacciante di fronte ad un gran numero di testimoni gelati dal terrore.
Anche la sua follia è oggetto di molti racconti. Egli affermava di aver visitato la favolosa Irem, la Città dalla Mille Colonne, e di aver trovato fra le rovine di un innominabile villaggio desertico le straordinarie cronache ed i segreti di una razza più antica dell’umanità. Non seguiva la religione musulmana, ma adorava delle Entità sconosciute che si chiamavano Yog e Cthulhu.
Intorno all’anno 950, l’Al Azif, che era stato diffuso largamente, anche se in segreto, tra i filosofi dell’epoca, venne clandestinamente tradotto in greco dall’erudito bizantino Teodoro Fileta, col titolo Necronomicon, cioè, letteralmente: “Libro delle leggi che governano i morti”.
Per un secolo favorì innominabili esperienze, finché non venne soppresso e bruciato intorno al 1050 dal vescovo Michele, patriarca di Costantinopoli. Dopo di ciò il suo nome fu solo furtivamente sussurrato ma, nel tardo Medioevo (1228), il danese Olaus Wormius ne fece una traduzione latina, basata sulla versione greca di Fileta, che vide la stampa due volte: una alla fine del quindicesimo secolo, in caratteri gotici (evidentemente in Germania), e una nel diciassettesimo (probabilmente in Spagna).
Entrambe le edizioni sono prive di qualsiasi segno di identificazione, e possono essere localizzate nel tempo e nello spazio solo in base a considerazioni riguardanti il tipo di stampa.
L’opera, sia in latino che in greco, venne posta nell’Index Expurgatorius sin dal 1232 da papa Gregorio IX, cui era stata mostrata la traduzione di Wormius. A quell’epoca l’originale arabo era già andato perduto, come mostra la prefazione alla prima versione latina (vi è tuttavia un vago indizio secondo cui una copia segreta sarebbe apparsa a San Francisco in questo secolo, e sarebbe andata distrutta nel famoso incendio del 1906).
Nessuna notizia si ebbe più della versione greca – che fu stampata in Italia fra il 1560 e il 1570 – fino al resoconto del rogo cui fu condannato nel 1692 un cittadino di Salem con la sua biblioteca. Una traduzione in inglese fu fatta dal dottor John Dee intorno al 1580, non venne mai stampata, ed esiste solo in alcuni frammenti ricavati dal manoscritto originale.
Delle versioni latine attualmente esistenti, una (del quindicesimo secolo) è custodita nel British Museum, mentre un’altra (del diciassettesimo secolo) si trova nella Bibliothèque Nationale a Parigi. Altre edizioni del diciassettesimo secolo sono nella Widener Library ad Harvard, nella biblioteca della Miskatonic University ad Arkham e presso l’università di Buenos Aires. Comunque esistono certamente numerose altre copie presso dei privati, ed in proposito circola con insistenza la voce che un esemplare del testo in caratteri gotici del quindicesimo secolo faccia parte della collezione privata di un celebre miliardario americano.
Sembra anche che presso la famiglia Pickman di Boston sia presente una copia del testo greco stampato in Italia nel sedicesimo secolo: se è vero, questa è comunque certamente svanita insieme col pittore R. U. Pickman, di cui si sono perse le tracce dal 1926.
Il libro è posto all’indice da tutte le religioni del mondo. La sua lettura determina conseguenze terribili. Si dice che sia appunto da vaghe notizie su quest’opera (della cui esistenza una ben piccola parte della gente è al corrente), che lo scrittore R. W. Chambers abbia tratto lo spunto per il suo celebre romanzo The King in Yellow, il cui filo conduttore è un libro iniziatico la cui lettura provoca la follia.

In seguito alla diffusione di questo documento, numerosi scrittori ed appassionati del fantastico contribuirono alla nascita della “leggenda del Necronomicon”, attraverso riferimenti, citazioni e, come nel caso di Colin Wilson, libri presentati come estratti della versione in inglese del Necronomicon.
Inutilmente lo stesso Lovecraft si affannò a spiegare nelle sue lettere che tanto il sinistro volume quanto il suo folle autore non esistevano, essendo solo frutto della sua fantasia: la maggior parte dei lettori credette (e, a quanto pare, crede ancora) alla reale esistenza del testo maledetto.
In conclusione, attualmente il Necronomicon – libro immaginario partorito dalla mente di Lovecraft – è un’opera la cui esistenza è da molti data per certa. Con lo stesso titolo sono usciti, in diverse lingue, numerosi centoni di carattere necromantico, mentre varie scuole esoteriche evocano Cthulhu, Yog-Sothoth, Shub-Niggurath e compagni, impiegando ogni genere di rituali.
Davvero, come sosteneva Paracelso, la fantasia è l’ingrediente principale di qualsiasi operazione magica.

H.P. Lovecraft, PSYCHOPOMPOS [coll. “TuttoLovecraft”, Vol. X]

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H.P. Lovecraft, PSYCHOPOMPOS [coll. “TuttoLovecraft”, Vol. X] Ed. Fanucci, Roma, 1990
pp. 344, £. 30.000

“L’emozione più antica e radicata nel genere umano è la paura, e il genere più antico e forte di paura è la paura dell’ignoto”. Così scrive Lovecraft in L’Orrore Soprannaturale in Letteratura, il lungo saggio che occupa gran parte di questo volume, decimo della collana “TuttoLovecraft” dell’editore Fanucci. In questa frase si trova in nuce tutta la filosofia alla base delle sue storie orrorifiche, dove l’elemento del mistero funge da catalizzatore per gli eventi funesti che vi si raccontano. Caratteristica peculiare di H. P. Lovecraft fu di essere sia un formidabile teorico che uno scrittore di storie fantastiche, e le sue osservazioni (come quelle nel saggio citato, una pietra miliare in questo genere di studi) sono pressoché definitive ed hanno esercitato grande influenza su critici e autori successivi. Il libro di Fanucci ha in ciò l’indubbio pregio di riunire tutte le più incisive, e vi si trovano quindi incluse anche memorabili disquisizioni come quella su I Racconti del Soprannaturale: Fasi e Procedimenti di Scrittura, di enorme importanza perché mette in evidenza quel che realmente Lovecraft andò rimuginando per tanto tempo: e cioè che la narrativa fantastica è pressoché indistinguibile dal realismo, e anzi è una sorta di realismo salvo dove fa capolino il bizzarro. In altri saggi, come quello intitolato Scrivere un Racconto, Lovecraft afferma che il soprannaturale, il fantastico e perfino l’orrore meritano lo stesso trattamento artistico riservato a generi meno insoliti e comuni. Infatti all’artista vero non è precluso alcun dominio dell’umana esistenza; tutto dipende dal trattamento artistico propriamente detto, non dal soggetto scelto. Sì, Lovecraft non ha ancora ottenuto il riconoscimento che gli compete in qualità di teorico e di critico della letteratura fantastica (e i lettori continuano a considerarlo soltanto un abile scrittore di storie dell’horror) ma fu proprio il suo talento critico che gli permise di capire la natura fondamentale del fantastico e di redigere le regole per crearlo. Come scrittore Lovecraft è una specie di spartiacque nella storia del genere, e anche in veste di critico, come i saggi qui contenuti insieme ad alcune lettere dimostrano, egli assomma in se le migliori qualità dei suoi predecessori e anticipa i lavori più brillanti di chi sarebbe venuto dopo.